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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
Interessante da discutere
post pubblicato in LIBERTA' E RESPONSABILITA', il 7 novembre 2009

 

Attraversa le varie dimensioni dell'essere fino alla fine, al fondo stesso dell'essere, che è Dio. Se ti fermi prima...hai ben motivo di avere paura !" Riccardo Fenizia, PENSIERI
Quello che segue è un puzzle incompleto di pensieri, idee, che ho voluto raccogliere perché sono profondamente convinta che è attraverso la condivisione, il dialogo schietto, sincero, volto al Bene Comune, che realmente una comunità può progredire. Noto oggi carenze affettive, disagio nelle famiglie quando ci sono, carenze nell'uso della logica e della fantasia, ma molto desiderio di verità amore e libertà, lavoro sempre sul positivo e in modo positivo, almeno cerco. La vita richiede slancio e impegno generoso, estremo.I pensieri e le idee condivise appartengono a Riccardo Fenizia. Egli dice di sé:
Mi piace parlare, scherzare, sono stato molti anni a Milano, ho studiato in un bel liceo classico, il "Manzoni", poi ci devo pensare. Ci ho un po' pensato: cerco di capire la realtà e mi piace condividere con gli altri questa ricerca senza confini. Non disprezzo nessuno ma disprezzo la menzogna. Amo moltissimo l'arte marziale e lo sport; mi incuriosiscono tutte le tradizioni e culture di popoli diversi. Cerco di rispettare ogni persona e ogni idea, anche se non la dovessi condividere. Amo la giustizia e odio la prepotenza sui più deboli, anche se penso che noi tutti abbiamo inclinazioni da contrastare. Sono un po' pesante da sopportare...già mio padre mi diceva "conta fino a tre prima di parlare" (ehm...)- lo confesso!

(Per quel che ho potuto conoscerlo, mi sento semplicemente di dover rettificare l'ultima sua frase, a mio modesto parere non è assolutamente pesante; simpatico, invece sì, lo è e non poco).

 

continua col commento 

Il titolo di questo post... lo dirò con parole non mie... "Non ti perdere!" Coraggio! Sempre avanti, nonostante tutto...
post pubblicato in Cultura, il 23 aprile 2009

In una società quale quella in cui viviamo, la vita diviene sempre più difficile, perciò, probabilmente, anzi certamente,  se null'altro si può fare, io credo,  - e su questo la mia opinione coincide esattamente con quella di un docente, singolare e meravigliosa persona, conosciuto per caso alcuni  giorni fa' - , una cosa rimane ancora possibile e validissima,  continuare a lavorare su se stessi...

Quello che segue è lo stralcio di un articolo che ho letto in rete un pò di tempo fa'... ve ne faccio dono, potrebbe esserci qualche spunto interessante...

"Da millenni i grandi uomini della religione, della filosofia, della scienza, si sono interrogati su cosa e come fare per ‘stare bene’ cercando di fornire una risposta universalmente valida su questo stato emotivo. Questa domanda è insita nell’uomo antico come nell’uomo moderno, infatti, nello scorrere del nostro quotidiano tutti noi poniamo a noi stessi e/o chiediamo agli altri una domanda, oramaidi routine: ‘come sto?’, ‘come mi sento?’ ‘come stai?’ e, le risposte sono quasi sempre positive, dando per scontato che sia effettivamente così; ma stiamo veramente bene? E soprattutto, cos’è che ci fa dire, a noi stessi e agli altri, che va bene, che è ok o, che c’è qualcosa che non va? Cos’è che ci fornisce un sentimento di serenità, un senso di equilibrio, un’emozione di gioia, allegria? Quasi sempre, il parametro che utilizziamo per pensare di noi stessi, o delle persone, che si sta bene, è la conformazione, più o meno riuscita, ai canoni della vita quotidiana ‘normale’; avere una vita affettiva gratificante, un partner, dei figli, un lavoro piacevole con un guadagno adeguato, un conto in banca, una casa, ecc. Ma, purtroppo, la normalità della vita non coincide con il benessere psicologico. Infatti, stare bene con se stessi e con gli altri non è garantito dall’adeguarsi agli standard di normalità o dall’essere normali! Nel benessere soggettivo molta importanza assumono i processi psicologici di valutazione di noi stessi e del mondo circostante; tutti noi valutiamo ciò che accade nella nostra vita quotidiana in termini di benessere/malessere e, proviamo emozioni piacevoli o spiacevoli, a seconda del significato che diamo in quel momento alla nostra vita. L’importanza, quindi, dei processi psicologici di interpretazione ed elaborazione delle condizioni di vita oggettive e soggettive secondo i valori, le credenze e gli atteggiamenti personali e le aspettative che possediamo fanno sì che sentiamo sentimenti piacevoli o spiacevoli. Quindi possiamo porre tre concetti cardine dello stare bene psicologicamente: essere in pace con il passato, (non avere rimpianti e rimorsi); apprezzare il presente, (non essere lacerati da conflitti attuali); non temere il futuro,(la capacità di progettare obiettivi reali e raggiungibili); Una vera e propria armonia nella continua riflessione che la mente compie nell’analizzare presente, passato e futuro e la chiarezza che ciascuno ha su questi tre elementi.

Inoltre, possiamo parlare dello stare bene non negando il suo contrario cioè, la sofferenza psichica; cos’è la sofferenza psichica? Ci sono molte forme di sofferenza derivanti dalle più svariate situazioni personali appartenenti alla propria storia personale; ma un tipo di malessere, in termini generali appartiene a tutti, ed è quel tipo di sofferenza e di disagio esistenziale come risultato dell’isolamento prodotto dalla società contemporanea che ha mascherato il rispetto per l’individualità con il culto sfrenato dell’individualismo; in un’epoca come la nostra in cui si assiste alla valorizzazione dell’individualismo, l’amore verso se stessi e l’autostima sono necessari ma mal interpretati, poiché, si pone come fondante l’identità un modo di essere egocentrico, rifatto, estetico, freddo e aggressivo. Una società che nega la sofferenza, pone a ciascuno la domanda se soffrire serve a qualcosa visto che, chi si lascia andare e si abbatte è, automaticamente, abbattuto.

Ma, riconoscere la sofferenza, è la capacità di soffrire ha un grande valore psicologico perché la sofferenza ha sempre un senso e ci fa cogliere parti di noi e degli altri; lavorare su di sé ponendosi le domande giuste, aprendosi al sé più profondo ed intimo, cogliendo negli altri parti di noi che non amiamo, osservare ciò che proviamo, può farci cogliere che non siamo totalmente condizionati dal nostro passato, che possiamo sempre agire sul futuro e modificare noi stessi e il nostro destino. La Psicologia, fin dalle sue origini, si è occupata del benessere delle persone focalizzando l’attenzione alle condizioni che recano infelicità e sofferenza, individuando sintomi di malessere ed emozioni negative e disturbi a esse collegati come depressione, ansia, inquietudine, sintomi fisici di natura psichica e, progettando interventi scientifici per la prevenzione e la cura. E’ la grande scoperta della psicologia scientifica nella cura è, intendere l’individuo come essere unico è irripetibile. Infatti, nella Psicologia Clinica un presupposto per stare bene è quello di amarsi per trovare la gioia e il piacere di stare al mondo. Semplicisticamente, imparare ad ‘essere una buona madre di se stessi’ Amare se stessi non significa, però, essere egoisti, presuntuosi, arroganti, megalomani, ma essere a proprio agio nel mondo e con l’immagine di sé; ovvero, sapere che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere ma che ognuno di noi vale per il solo fatto di esistere, essere consapevoli dei punti di forza e di debolezza, non corrispondere ad un modello ideale ma, cogliere l’autentico nostro modo di essere non somigliante a nessuno, utilizzando interamente la proprie potenzialità, energia e risorse positive. Quando si ha una bassa stima e fiducia in sé, è inevitabile mettere in atto una serie di comportamenti autodistruttivi quali trascurare l’aspetto fisico, accettare se il partner mi trascura (l’amore del partner non può colmare la mancanza di amore per noi stessi), non curarsi nella salute, ci si costruisce una vita priva di gioia in uno stato di depressione latente. Per questo, è importante, sentirsi sempre degni di vivere accettando che la vita è una lotta, è contemporaneamente un arrendersi, ma, anche, un’estrema necessità di ….ben-essere".

Forse un giorno sogni e progetti si realizzeranno, o forse non accadrà mai, sapere che non sono egoistici lascia anche intendere che il forse è usato con estrema appropriatezza...
Se vorrete parlare ancora, fatelo pure liberamente, questo spazio resta disponibile all'incontro,  al dialogo, nei limiti dell'umanamente possibile, come pure la sottoscritta...
Vi saluto con affetto
Buona fortuna e auguri per tutto.

DIALOGO
post pubblicato in Comunicazione, il 9 giugno 2008

Gli ambiti della vita dialogica e fonologica non coincidono con quelli del dialogo e del monologo, neanche, se vi si includono le forme prive di suono e quelle prive di gesti. Non ci sono solo vaste sfere della vita dialogica che non sembrano essere dialogo, c’è anche un dialogo che non è vitale, cioè ha l’apparenza del dialogo, ma non l’essenza. Talvolta sembra addirittura che ne esistano ormai solo di questo tipo.
Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l’intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo su di sé. Come si è detto, la prima specie è diventata rara. La seconda appartiene all’inalienabile patrimonio dell’”esistenza moderna”.
E la terza…
Un dibattito, in cui uno non manifesta i suoi pensieri così come prima li aveva in mente, ma li rende pungenti in modo che possano colpire nel segno con più efficacia, e senza avere presenti come persone gli uomini a cui parla; una conversazione non determinata dal bisogno di comunicare, né di conoscere e neppure dal bisogno di entrare in contatto con qualcuno, ma soltanto dal desiderio di confermare la propria opinione di sé valutando l’effetto del’’impressione prodotta o per rafforzarla se era diventata insicura; un intrattenersi amichevole, in cui ciascuno considera se stesso assoluto e legittimo e l’altro relativo e discutibile; un colloquio d’amore in cui l’uno e l’altro partner gode della propria anima stupenda e della sua preziosa esperienza: quale mondo di illusorie immagini senza volto!
Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare. A vivere nel monologo non è il solitario, ma colui che non è capace di rendere sostanzialmente reale la società all’interno della quale si muove. Colui che vive nel dialogo riceve, nel consueto scorrere delle ore, qualcosa di detto e sente che tocca a lui rispondere; ma anche nel più grande isolamento, per esempio in una passeggiata in montagna senza compagni, non lo abbandona la consapevolezza di ciò che gli sta di fronte, nella varietà delle sue metamorfosi. Colui che vive monologicamente non custodisce l’altro come qualcosa che non è semplicemente lui e con cui tuttavia può comunicare. Per lui solitudine può significare pienezza emergente di volti, di pensieri, ma mai scambio profondo, conquistato in nuove profondità, con il reale inafferrabile.

[…]

Anche nell’estremo abbandono, l’esistenza dialogica riceve un sentore aspro e fortificante della reciprocità; anche nella più affettuosa comunità, l’esistenza fonologica non percepirà nulla al di là dei limiti del proprio io.
Non si deve scambiare quest’opposizione con l’opposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Conosco persone che si dedicano ad “attività sociali” e non hanno mai parlato da essere a essere al loro prossimo; e altre che non hanno alcuna relazione personale oltre quella che hanno con i propri nemici, ma in modo tale che dipende solo dai nemici se questo rapporto non è divenuto dialogo.
Ancor meno si può paragonare il dialogo all’amore. Ma l’amore senza dialogo, quindi senza un reale andare- verso- l’altro, giungere- all’altro, presso -l’altro- rimanere, è l’amore che rimane presso di sé, che ha nome Lucifero.
Certamente, per poter andare verso l’altro, occorre essere stati, essere, presso di sé.
Un dialogo tra semplici individui non è che un abbozzo: solo tra due persone si svolge.
Ma dove un uomo da individuo potrebbe divenire persona così sostanzialmente se non nell’esperienza rigorosa e soave del dialogo, che gli insegna l’illimitato contenuto del limite?

Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, p. 205.



Seguono alcune riflessioni che vogliono essere uno "stimolo" all'apertura del dialogo, sempre, perché il dialogo deve essere un vero e proprio metodo di ricerca nel mondo della comunicazione, come in ogni altra scienza.

Comunicazione, cultura, reciprocità: dove reciprocità sta per dialogo attuale e compiuto
 
"Tra silenzio e parola, la luce della comunicazione" (... "Esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se una comunicazione vera s'instaura, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione perché, se lo scontro divide, l'incontro unisce" , pag. 2; ogni comunicazione è luce, pag. 4;... Reciprocità non vuol dire solo rispondere a un appello, ad un input , ma farlo coscienti che ciò dà il via a una relazione nuova, e mi obbliga a prendere in conto un cambiamento della mia stessa vita per il nuovo contatto con il mio interlocutore. Vuol dire anche che le mie parole sono portatrici «non solo di un'esperienza personale... ma anche di una collettiva», come suggerisce Giannini. Nell'universo che attraversiamo quotidianamente - fatto di contatti rapidissimi, un email fuggente, una telefonata gettata lì tra un panino e un appuntamento, un sms sgrammaticato -, la reciprocità esige invece che questi mezzi, pur se usati nella spesso necessaria rapidità, siano nel contempo attenti alla persona alla quale si indirizza il messaggio. La comunicazione che vuole essere reciproca non può basarsi sulla "cosificazione" dell'interlocutore, del recettore, ma sull'amore che diventa reciproco.
Non a caso il cristianesimo ha da sempre associato l'aggettivo "reciproco" al nome comune "amore", per indicare la riproduzione in terra dell'amore celeste. Ma anche in tutte le grandi religioni la "regola d'oro", in positivo o in negativo, indica proprio la reciprocità come regola dell'umana convivenza, elemento di unità oltre le diverse credenze e le sensibilità lontane le une dalle altre.
Le scienze della comunicazione da tempo considerano la reciprocità come essenziale per l'atto comunicativo, e i modelli più noti la contemplano già. Ma essa è troppo spesso confinata nella freddezza delle relazioni meccaniche, o poco più: più uno, meno uno. Invece la comunicazione della vera reciprocità non può più essere binaria, ma ternaria, perché tra silenzio e parola crea qualcosa di più, un terzo elemento, una terza creazione. La luce. Luce che dà compimento allo stesso binomio silenzio-parola, che è legge prima della comunicazione. Ed ecco di nuovo il nostro tema. Non ci sono ancora modelli teorici che potrebbero spiegare tutto ciò, ma ci si arriverà, ne sono certo, pag. 6).

 Michele Zanzucchi

(Di un modello non si può predicare se è vero o falso; il modello non è la realtà, ma mi aiuta a capirla).


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/6/2008 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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