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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
Il titolo di questo post... lo dirò con parole non mie... "Non ti perdere!" Coraggio! Sempre avanti, nonostante tutto...
post pubblicato in Cultura, il 23 aprile 2009

In una società quale quella in cui viviamo, la vita diviene sempre più difficile, perciò, probabilmente, anzi certamente,  se null'altro si può fare, io credo,  - e su questo la mia opinione coincide esattamente con quella di un docente, singolare e meravigliosa persona, conosciuto per caso alcuni  giorni fa' - , una cosa rimane ancora possibile e validissima,  continuare a lavorare su se stessi...

Quello che segue è lo stralcio di un articolo che ho letto in rete un pò di tempo fa'... ve ne faccio dono, potrebbe esserci qualche spunto interessante...

"Da millenni i grandi uomini della religione, della filosofia, della scienza, si sono interrogati su cosa e come fare per ‘stare bene’ cercando di fornire una risposta universalmente valida su questo stato emotivo. Questa domanda è insita nell’uomo antico come nell’uomo moderno, infatti, nello scorrere del nostro quotidiano tutti noi poniamo a noi stessi e/o chiediamo agli altri una domanda, oramaidi routine: ‘come sto?’, ‘come mi sento?’ ‘come stai?’ e, le risposte sono quasi sempre positive, dando per scontato che sia effettivamente così; ma stiamo veramente bene? E soprattutto, cos’è che ci fa dire, a noi stessi e agli altri, che va bene, che è ok o, che c’è qualcosa che non va? Cos’è che ci fornisce un sentimento di serenità, un senso di equilibrio, un’emozione di gioia, allegria? Quasi sempre, il parametro che utilizziamo per pensare di noi stessi, o delle persone, che si sta bene, è la conformazione, più o meno riuscita, ai canoni della vita quotidiana ‘normale’; avere una vita affettiva gratificante, un partner, dei figli, un lavoro piacevole con un guadagno adeguato, un conto in banca, una casa, ecc. Ma, purtroppo, la normalità della vita non coincide con il benessere psicologico. Infatti, stare bene con se stessi e con gli altri non è garantito dall’adeguarsi agli standard di normalità o dall’essere normali! Nel benessere soggettivo molta importanza assumono i processi psicologici di valutazione di noi stessi e del mondo circostante; tutti noi valutiamo ciò che accade nella nostra vita quotidiana in termini di benessere/malessere e, proviamo emozioni piacevoli o spiacevoli, a seconda del significato che diamo in quel momento alla nostra vita. L’importanza, quindi, dei processi psicologici di interpretazione ed elaborazione delle condizioni di vita oggettive e soggettive secondo i valori, le credenze e gli atteggiamenti personali e le aspettative che possediamo fanno sì che sentiamo sentimenti piacevoli o spiacevoli. Quindi possiamo porre tre concetti cardine dello stare bene psicologicamente: essere in pace con il passato, (non avere rimpianti e rimorsi); apprezzare il presente, (non essere lacerati da conflitti attuali); non temere il futuro,(la capacità di progettare obiettivi reali e raggiungibili); Una vera e propria armonia nella continua riflessione che la mente compie nell’analizzare presente, passato e futuro e la chiarezza che ciascuno ha su questi tre elementi.

Inoltre, possiamo parlare dello stare bene non negando il suo contrario cioè, la sofferenza psichica; cos’è la sofferenza psichica? Ci sono molte forme di sofferenza derivanti dalle più svariate situazioni personali appartenenti alla propria storia personale; ma un tipo di malessere, in termini generali appartiene a tutti, ed è quel tipo di sofferenza e di disagio esistenziale come risultato dell’isolamento prodotto dalla società contemporanea che ha mascherato il rispetto per l’individualità con il culto sfrenato dell’individualismo; in un’epoca come la nostra in cui si assiste alla valorizzazione dell’individualismo, l’amore verso se stessi e l’autostima sono necessari ma mal interpretati, poiché, si pone come fondante l’identità un modo di essere egocentrico, rifatto, estetico, freddo e aggressivo. Una società che nega la sofferenza, pone a ciascuno la domanda se soffrire serve a qualcosa visto che, chi si lascia andare e si abbatte è, automaticamente, abbattuto.

Ma, riconoscere la sofferenza, è la capacità di soffrire ha un grande valore psicologico perché la sofferenza ha sempre un senso e ci fa cogliere parti di noi e degli altri; lavorare su di sé ponendosi le domande giuste, aprendosi al sé più profondo ed intimo, cogliendo negli altri parti di noi che non amiamo, osservare ciò che proviamo, può farci cogliere che non siamo totalmente condizionati dal nostro passato, che possiamo sempre agire sul futuro e modificare noi stessi e il nostro destino. La Psicologia, fin dalle sue origini, si è occupata del benessere delle persone focalizzando l’attenzione alle condizioni che recano infelicità e sofferenza, individuando sintomi di malessere ed emozioni negative e disturbi a esse collegati come depressione, ansia, inquietudine, sintomi fisici di natura psichica e, progettando interventi scientifici per la prevenzione e la cura. E’ la grande scoperta della psicologia scientifica nella cura è, intendere l’individuo come essere unico è irripetibile. Infatti, nella Psicologia Clinica un presupposto per stare bene è quello di amarsi per trovare la gioia e il piacere di stare al mondo. Semplicisticamente, imparare ad ‘essere una buona madre di se stessi’ Amare se stessi non significa, però, essere egoisti, presuntuosi, arroganti, megalomani, ma essere a proprio agio nel mondo e con l’immagine di sé; ovvero, sapere che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere ma che ognuno di noi vale per il solo fatto di esistere, essere consapevoli dei punti di forza e di debolezza, non corrispondere ad un modello ideale ma, cogliere l’autentico nostro modo di essere non somigliante a nessuno, utilizzando interamente la proprie potenzialità, energia e risorse positive. Quando si ha una bassa stima e fiducia in sé, è inevitabile mettere in atto una serie di comportamenti autodistruttivi quali trascurare l’aspetto fisico, accettare se il partner mi trascura (l’amore del partner non può colmare la mancanza di amore per noi stessi), non curarsi nella salute, ci si costruisce una vita priva di gioia in uno stato di depressione latente. Per questo, è importante, sentirsi sempre degni di vivere accettando che la vita è una lotta, è contemporaneamente un arrendersi, ma, anche, un’estrema necessità di ….ben-essere".

Forse un giorno sogni e progetti si realizzeranno, o forse non accadrà mai, sapere che non sono egoistici lascia anche intendere che il forse è usato con estrema appropriatezza...
Se vorrete parlare ancora, fatelo pure liberamente, questo spazio resta disponibile all'incontro,  al dialogo, nei limiti dell'umanamente possibile, come pure la sottoscritta...
Vi saluto con affetto
Buona fortuna e auguri per tutto.

Il Mistero e l'Incontro
post pubblicato in Cultura, il 7 aprile 2008

L’ETERNITA’ IN UN ATTIMO

Se ci fermiamo a riflettere, spesso ci accorgiamo di tante piccole cose alle quali, solitamente, non diamo alcuna importanza.
Una di queste è la dimensione dell’anonimato che si registra e si percepisce in special modo nei “non luoghi”, facendo sì che presenza e assenza si intreccino in modo inestricabile. Luoghi “non luoghi”, come la metropolitana, l’aeroporto, il grande centro commerciale, dove uno sconosciuto si accosta a noi incontrando il nostro sguardo senza che questo rappresenti lo stabilirsi di una relazione.
Questa dimensione di estraneità è, allo stesso tempo, segnata da una straordinaria – seppur effimera e irrazionale – sensazione di confidenza che per un momento unisce due atomi esistenziali, due anime che, attraversando l’universo, si sfiorano per poi nuovamente dividersi.
Un teorema della meccanica quantistica dice che due particelle subatomiche che si siano toccate per un attimo continueranno ad avere una relazione per l’eternità. Chissà se questa legge della risonanza, della distanza e della sincronicità vale anche per gli esseri umani…
Le emozioni che si provano in uno di questi attimi in cui sguardi e corpi si sfiorano all’interno di una dimensione mista di estraneità e di confidenza, sembrerebbero far pensare di sì.
Senza parlare di quando, in maniera ben più drammatica, nel mezzo di un attentato o di una disgrazia naturale si avverte la sensazione, che corrisponde a realtà, di essere unificati in un unico immenso tragico destino: che cosa vuol dire morire a fianco di uno sconosciuto, incrociandone lo sguardo, in una domanda senza risposta? E, soprattutto, che cosa significa quella legge stranissima della psicologia sociale per cui nei “non luoghi” quel che accade parrebbe in realtà non riguardarci? E’ come essere transitati in un luogo, ma in definitiva “non esserci”. E’ come se il tempo, la realtà, la coscienza, e quindi il giudizio, e quindi la responsabilità, fossero drammaticamente sospesi.
Ma questi “non luoghi sono anche ottime palestre per esercitare l’introspezione fisiognomica: parola complicata che indica l’osservazione di un volto, di una postura, di un modo di gesticolare o di abbigliarsi e il tentativo conseguente di abbozzare, sulla base di quegli elementi, un ritratto esistenziale e psicologico di chi si ha di fronte.
E' questa un’esercitazione estrema di quella capacità che tutti abbiamo di riconoscere i volti e le espressioni emozionali che vi si dipingono e, da quelle, ottenere informazioni su come interagire con l’altro. Se, ad esempio, intercetto un’emozione di paura in un viso, posso cercare di prestare conforto; se, invece, noto un’espressione di rabbia o di ostilità, posso pensare di allontanarmi. Allora interagire interpretando è qualcosa di assolutamente naturale a cui la nostra mente non riesce a sottrarsi. Proprio di recente, attraversando la stazione di una grande città, ho scorto e riconosciuto un viso che mi era familiare: in quel momento sapevo che era un volto conosciuto e riconoscibile, ma non sapevo a chi riferirlo. Solo in un secondo tempo ho realizzato che si trattava di Alice, una giovane studentessa, brillante e preparata, incontrata in un salotto televisivo..
Questa fuga proustiana, che avviene nella ricostruzione della memoria, è ciò che nel contatto anonimo non si può esercitare. Riconoscere, allora, il deposito di senso in cui la traccia mnestica di Alice si trovava è stato davvero rasserenante. Sono convinto che ogni qual volta incontriamo l’altro siamo spinti a costruire una dimensione di senso a partire da una memoria. Memoria, senso, identità, interazione sono nutrimento quotidiano della nostra anima, prima ancora che della nostra mente.

Alessandro Meluzzi (psichiatra e teologo); ha collaborato Rossana Silvia Pecorara, Messaggero di Sant’Antonio, Aprile 2008, pag. 65.


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 7/4/2008 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Giovanni Paolo II
post pubblicato in Diario, il 2 aprile 2008

SORELLA

1.

Stiamo crescendo insieme.
Crescere verso l'alto: lo spazio del verde sostenuto dal cuore
va incontro al turbamento del vento
che improvviso si getta nel fogliame.
Crescere verso il fondo: crescere, no,
scoprire
a che profondità tu hai posto le radici
che ancora più nel fondo...
Ci muoviamo nella penombra delle radici
sprofondate nel suolo comune.
Faccio il confronto con le luci in alto:
riflesso d'acqua sugli orli del verde.

2.

Nessun uomo trova spianati i sentieri.
Veniamo al mondo
simili a un cespuglio che può ardere come il roveto di Mosè
oppure inaridirsi.
Sempre vanno riaperti i sentieri perchè non tornino a chiudersi
sempre vanno riaperti finché non siano diritti
nella semplicità e maturità di ogni istante:
ecco, ogni istante si apre al tempo intero
,
scavalca se stesso
e tu trovi un seme d'eternità.

3.

Quando ti chiamo sorella
io penso che ogni incontro
non solo ha in sè l'insieme degli istanti passati
ma il seme stesso dell'eternità.

Karol Wojtyla, Tutte le poesie, Corriere della Sera , pag. 65



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