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DIALOGO
post pubblicato in Comunicazione, il 9 giugno 2008

Gli ambiti della vita dialogica e fonologica non coincidono con quelli del dialogo e del monologo, neanche, se vi si includono le forme prive di suono e quelle prive di gesti. Non ci sono solo vaste sfere della vita dialogica che non sembrano essere dialogo, c’è anche un dialogo che non è vitale, cioè ha l’apparenza del dialogo, ma non l’essenza. Talvolta sembra addirittura che ne esistano ormai solo di questo tipo.
Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l’intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo su di sé. Come si è detto, la prima specie è diventata rara. La seconda appartiene all’inalienabile patrimonio dell’”esistenza moderna”.
E la terza…
Un dibattito, in cui uno non manifesta i suoi pensieri così come prima li aveva in mente, ma li rende pungenti in modo che possano colpire nel segno con più efficacia, e senza avere presenti come persone gli uomini a cui parla; una conversazione non determinata dal bisogno di comunicare, né di conoscere e neppure dal bisogno di entrare in contatto con qualcuno, ma soltanto dal desiderio di confermare la propria opinione di sé valutando l’effetto del’’impressione prodotta o per rafforzarla se era diventata insicura; un intrattenersi amichevole, in cui ciascuno considera se stesso assoluto e legittimo e l’altro relativo e discutibile; un colloquio d’amore in cui l’uno e l’altro partner gode della propria anima stupenda e della sua preziosa esperienza: quale mondo di illusorie immagini senza volto!
Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare. A vivere nel monologo non è il solitario, ma colui che non è capace di rendere sostanzialmente reale la società all’interno della quale si muove. Colui che vive nel dialogo riceve, nel consueto scorrere delle ore, qualcosa di detto e sente che tocca a lui rispondere; ma anche nel più grande isolamento, per esempio in una passeggiata in montagna senza compagni, non lo abbandona la consapevolezza di ciò che gli sta di fronte, nella varietà delle sue metamorfosi. Colui che vive monologicamente non custodisce l’altro come qualcosa che non è semplicemente lui e con cui tuttavia può comunicare. Per lui solitudine può significare pienezza emergente di volti, di pensieri, ma mai scambio profondo, conquistato in nuove profondità, con il reale inafferrabile.

[…]

Anche nell’estremo abbandono, l’esistenza dialogica riceve un sentore aspro e fortificante della reciprocità; anche nella più affettuosa comunità, l’esistenza fonologica non percepirà nulla al di là dei limiti del proprio io.
Non si deve scambiare quest’opposizione con l’opposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Conosco persone che si dedicano ad “attività sociali” e non hanno mai parlato da essere a essere al loro prossimo; e altre che non hanno alcuna relazione personale oltre quella che hanno con i propri nemici, ma in modo tale che dipende solo dai nemici se questo rapporto non è divenuto dialogo.
Ancor meno si può paragonare il dialogo all’amore. Ma l’amore senza dialogo, quindi senza un reale andare- verso- l’altro, giungere- all’altro, presso -l’altro- rimanere, è l’amore che rimane presso di sé, che ha nome Lucifero.
Certamente, per poter andare verso l’altro, occorre essere stati, essere, presso di sé.
Un dialogo tra semplici individui non è che un abbozzo: solo tra due persone si svolge.
Ma dove un uomo da individuo potrebbe divenire persona così sostanzialmente se non nell’esperienza rigorosa e soave del dialogo, che gli insegna l’illimitato contenuto del limite?

Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, p. 205.



Seguono alcune riflessioni che vogliono essere uno "stimolo" all'apertura del dialogo, sempre, perché il dialogo deve essere un vero e proprio metodo di ricerca nel mondo della comunicazione, come in ogni altra scienza.

Comunicazione, cultura, reciprocità: dove reciprocità sta per dialogo attuale e compiuto
 
"Tra silenzio e parola, la luce della comunicazione" (... "Esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se una comunicazione vera s'instaura, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione perché, se lo scontro divide, l'incontro unisce" , pag. 2; ogni comunicazione è luce, pag. 4;... Reciprocità non vuol dire solo rispondere a un appello, ad un input , ma farlo coscienti che ciò dà il via a una relazione nuova, e mi obbliga a prendere in conto un cambiamento della mia stessa vita per il nuovo contatto con il mio interlocutore. Vuol dire anche che le mie parole sono portatrici «non solo di un'esperienza personale... ma anche di una collettiva», come suggerisce Giannini. Nell'universo che attraversiamo quotidianamente - fatto di contatti rapidissimi, un email fuggente, una telefonata gettata lì tra un panino e un appuntamento, un sms sgrammaticato -, la reciprocità esige invece che questi mezzi, pur se usati nella spesso necessaria rapidità, siano nel contempo attenti alla persona alla quale si indirizza il messaggio. La comunicazione che vuole essere reciproca non può basarsi sulla "cosificazione" dell'interlocutore, del recettore, ma sull'amore che diventa reciproco.
Non a caso il cristianesimo ha da sempre associato l'aggettivo "reciproco" al nome comune "amore", per indicare la riproduzione in terra dell'amore celeste. Ma anche in tutte le grandi religioni la "regola d'oro", in positivo o in negativo, indica proprio la reciprocità come regola dell'umana convivenza, elemento di unità oltre le diverse credenze e le sensibilità lontane le une dalle altre.
Le scienze della comunicazione da tempo considerano la reciprocità come essenziale per l'atto comunicativo, e i modelli più noti la contemplano già. Ma essa è troppo spesso confinata nella freddezza delle relazioni meccaniche, o poco più: più uno, meno uno. Invece la comunicazione della vera reciprocità non può più essere binaria, ma ternaria, perché tra silenzio e parola crea qualcosa di più, un terzo elemento, una terza creazione. La luce. Luce che dà compimento allo stesso binomio silenzio-parola, che è legge prima della comunicazione. Ed ecco di nuovo il nostro tema. Non ci sono ancora modelli teorici che potrebbero spiegare tutto ciò, ma ci si arriverà, ne sono certo, pag. 6).

 Michele Zanzucchi

(Di un modello non si può predicare se è vero o falso; il modello non è la realtà, ma mi aiuta a capirla).


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/6/2008 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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