.
Annunci online

Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
Bari. Presentazione del libro di Enrico Castrovilli : “VI RACCONTO…” (Il Punto)
post pubblicato in Cultura, il 20 giugno 2009

Lunedì 11 maggio 2009, a Bari, nell’accogliente cornice della libreria Roma, si è tenuta la presentazione del testo di narrativa del Prof. Enrico Castrovilli, “VI RACCONTO…”, edito da Il Punto, inserito nella prestigiosa collana Millennium. L’incontro è stato introdotto e moderato dal Prof. Daniele Giancane, recensore di alcune delle numerose opere letterarie dell’autore.
Il relatore della serata, Dott. Enrico Bagnato, scrittore e critico letterario, ha esordito dicendo: «Di Castrovilli abbiamo già apprezzato, in altre occasioni, i libri di poesia di cui è autore e che si segnalano per la rarefazione liquida del linguaggio e l’accuratezza della scrittura; oggi, siamo profondamente soddisfatti e felici di ritrovarci per celebrare il testo che ho il compito di presentare e di cui mi preme, innanzitutto, sottolineare il valore didattico che possiede oltre che di documento».
VI RACCONTO…” rievoca la vita negli anni ’50 – ’60 del secolo scorso. L’autore, attraverso la memoria e il riferimento ad esperienze dirette di vita vissuta, è riuscito a realizzare in maniera ottimale l’operazione letteraria – pedagogica che si era prefisso e che segnala in una sua nota al testo.
Nel raccontare e descrivere comunica una dimensione che non è certamente la dimensione di vita metropolitana, bensì quella del paese in cui vive. Questa impressione la si ricava anche soltanto scorrendo alcuni dei significativi titoli dei cinquantatre racconti (Il banditore, Lu fiscularu, La spigolatrice, …)
Di fatto però l’autore riesce ad andare oltre il localismo e lo supera con la valenza emblematica della sua descrizione che gli consente di rendere universale la rappresentazione della realtà.
Ne “Il poeta e lo scolaro” quello che colpisce non è tanto il passaggio di testimone quanto la felicità del vecchio poeta per essere riuscito a veder germogliare la sua vocazione, la ragione del suo impegno, della sua vita, nel giovane.
Il passo narrativo pacato, sobrio, incisivo, ci mostra una dimensione di vita dura, essenziale, ma dolcissima perché permeata di valori morali.
Alla presentazione ha fatto seguito il dibattito, interessante, partecipato, in un contesto culturale ricco di profonde e particolari sinergie di argomentazione, scambio e condivisione.
Diverse domande sono state rivolte all’autore; per ragioni di spazio ne riporto due.
La prima: «Come è nato VI RACCONTO…”?». La seconda: «Qual è la tecnica di scrittura utilizzata?». Alla prima ha risposto, dicendo: «Il testo è il risultato di una lunga ricerca, durata circa cinque anni. Il mio intento è ed è stato quello di intrattenere i lettori (soprattutto ragazzi e giovani) e far conoscere una realtà che altrimenti per motivi generazionali potrebbe restare nell’oblio».Per quanto concerne la tecnica: «Ho fatto ricorso alla scrittura psicologica» e a proposito di questa il Dott. Bagnato ha aggiunto: «Leggendo i racconti si può constatare che il Prof. Castrovilli mette a fuoco una figura e poi la comprime in una sola notazione». Piccoli personaggi senza storia che però hanno fatto la storia.
“VI RACCONTO…” è, senza dubbio, un prezioso lavoro letterario, lo si legge e lo si ascolta con piacere, si presta ad essere inserito, in maniera adeguata s’intende, nell’ambito di un significativo progetto d’apprendimento.

Nota: Tempo fa ho scritto l'articolo dinanzi riportato che non ho pubblicato qui sul blog perché doveva essere inserito all'interno di un giornale locale: Il Punto.
Stamani, a distanza di un mesetto, mi rendo conto che non è statoinserito.
Eppure, a tutt'oggi, nessuno mi ha comunicato che  l'articolo non sarebbe stato inserito. Il silenzio, di fronte ad una scelta che non giudico, è a mio avviso poco rispettoso nei confronti di un giovane che si è comunque impegnato.

Un caro saluto
Vanna


25 Luglio 2009

Con grande gioia ho scoperto stamane che l’articolo è stato inserito nel mensile sanvitese di cultura e informazione il Punto (Anno XXXIX - N. 7, Luglio 2009, pag. 18 -http://www.ilpuntonews.it/ ). Come recita l’adagio popolare : “Anche l’occhio vuole la sua parte” . Sono soddisfatta della veste grafica e della collocazione – importanti secondo me non meno del contenuto - che sono stati offerti al mio articolo. Ringrazio perciò il Direttore e i Suoi collaboratori. E’ valsa la pena attendere.

Un caro saluto
Vanna

Il titolo di questo post... lo dirò con parole non mie... "Non ti perdere!" Coraggio! Sempre avanti, nonostante tutto...
post pubblicato in Cultura, il 23 aprile 2009

In una società quale quella in cui viviamo, la vita diviene sempre più difficile, perciò, probabilmente, anzi certamente,  se null'altro si può fare, io credo,  - e su questo la mia opinione coincide esattamente con quella di un docente, singolare e meravigliosa persona, conosciuto per caso alcuni  giorni fa' - , una cosa rimane ancora possibile e validissima,  continuare a lavorare su se stessi...

Quello che segue è lo stralcio di un articolo che ho letto in rete un pò di tempo fa'... ve ne faccio dono, potrebbe esserci qualche spunto interessante...

"Da millenni i grandi uomini della religione, della filosofia, della scienza, si sono interrogati su cosa e come fare per ‘stare bene’ cercando di fornire una risposta universalmente valida su questo stato emotivo. Questa domanda è insita nell’uomo antico come nell’uomo moderno, infatti, nello scorrere del nostro quotidiano tutti noi poniamo a noi stessi e/o chiediamo agli altri una domanda, oramaidi routine: ‘come sto?’, ‘come mi sento?’ ‘come stai?’ e, le risposte sono quasi sempre positive, dando per scontato che sia effettivamente così; ma stiamo veramente bene? E soprattutto, cos’è che ci fa dire, a noi stessi e agli altri, che va bene, che è ok o, che c’è qualcosa che non va? Cos’è che ci fornisce un sentimento di serenità, un senso di equilibrio, un’emozione di gioia, allegria? Quasi sempre, il parametro che utilizziamo per pensare di noi stessi, o delle persone, che si sta bene, è la conformazione, più o meno riuscita, ai canoni della vita quotidiana ‘normale’; avere una vita affettiva gratificante, un partner, dei figli, un lavoro piacevole con un guadagno adeguato, un conto in banca, una casa, ecc. Ma, purtroppo, la normalità della vita non coincide con il benessere psicologico. Infatti, stare bene con se stessi e con gli altri non è garantito dall’adeguarsi agli standard di normalità o dall’essere normali! Nel benessere soggettivo molta importanza assumono i processi psicologici di valutazione di noi stessi e del mondo circostante; tutti noi valutiamo ciò che accade nella nostra vita quotidiana in termini di benessere/malessere e, proviamo emozioni piacevoli o spiacevoli, a seconda del significato che diamo in quel momento alla nostra vita. L’importanza, quindi, dei processi psicologici di interpretazione ed elaborazione delle condizioni di vita oggettive e soggettive secondo i valori, le credenze e gli atteggiamenti personali e le aspettative che possediamo fanno sì che sentiamo sentimenti piacevoli o spiacevoli. Quindi possiamo porre tre concetti cardine dello stare bene psicologicamente: essere in pace con il passato, (non avere rimpianti e rimorsi); apprezzare il presente, (non essere lacerati da conflitti attuali); non temere il futuro,(la capacità di progettare obiettivi reali e raggiungibili); Una vera e propria armonia nella continua riflessione che la mente compie nell’analizzare presente, passato e futuro e la chiarezza che ciascuno ha su questi tre elementi.

Inoltre, possiamo parlare dello stare bene non negando il suo contrario cioè, la sofferenza psichica; cos’è la sofferenza psichica? Ci sono molte forme di sofferenza derivanti dalle più svariate situazioni personali appartenenti alla propria storia personale; ma un tipo di malessere, in termini generali appartiene a tutti, ed è quel tipo di sofferenza e di disagio esistenziale come risultato dell’isolamento prodotto dalla società contemporanea che ha mascherato il rispetto per l’individualità con il culto sfrenato dell’individualismo; in un’epoca come la nostra in cui si assiste alla valorizzazione dell’individualismo, l’amore verso se stessi e l’autostima sono necessari ma mal interpretati, poiché, si pone come fondante l’identità un modo di essere egocentrico, rifatto, estetico, freddo e aggressivo. Una società che nega la sofferenza, pone a ciascuno la domanda se soffrire serve a qualcosa visto che, chi si lascia andare e si abbatte è, automaticamente, abbattuto.

Ma, riconoscere la sofferenza, è la capacità di soffrire ha un grande valore psicologico perché la sofferenza ha sempre un senso e ci fa cogliere parti di noi e degli altri; lavorare su di sé ponendosi le domande giuste, aprendosi al sé più profondo ed intimo, cogliendo negli altri parti di noi che non amiamo, osservare ciò che proviamo, può farci cogliere che non siamo totalmente condizionati dal nostro passato, che possiamo sempre agire sul futuro e modificare noi stessi e il nostro destino. La Psicologia, fin dalle sue origini, si è occupata del benessere delle persone focalizzando l’attenzione alle condizioni che recano infelicità e sofferenza, individuando sintomi di malessere ed emozioni negative e disturbi a esse collegati come depressione, ansia, inquietudine, sintomi fisici di natura psichica e, progettando interventi scientifici per la prevenzione e la cura. E’ la grande scoperta della psicologia scientifica nella cura è, intendere l’individuo come essere unico è irripetibile. Infatti, nella Psicologia Clinica un presupposto per stare bene è quello di amarsi per trovare la gioia e il piacere di stare al mondo. Semplicisticamente, imparare ad ‘essere una buona madre di se stessi’ Amare se stessi non significa, però, essere egoisti, presuntuosi, arroganti, megalomani, ma essere a proprio agio nel mondo e con l’immagine di sé; ovvero, sapere che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere ma che ognuno di noi vale per il solo fatto di esistere, essere consapevoli dei punti di forza e di debolezza, non corrispondere ad un modello ideale ma, cogliere l’autentico nostro modo di essere non somigliante a nessuno, utilizzando interamente la proprie potenzialità, energia e risorse positive. Quando si ha una bassa stima e fiducia in sé, è inevitabile mettere in atto una serie di comportamenti autodistruttivi quali trascurare l’aspetto fisico, accettare se il partner mi trascura (l’amore del partner non può colmare la mancanza di amore per noi stessi), non curarsi nella salute, ci si costruisce una vita priva di gioia in uno stato di depressione latente. Per questo, è importante, sentirsi sempre degni di vivere accettando che la vita è una lotta, è contemporaneamente un arrendersi, ma, anche, un’estrema necessità di ….ben-essere".

Forse un giorno sogni e progetti si realizzeranno, o forse non accadrà mai, sapere che non sono egoistici lascia anche intendere che il forse è usato con estrema appropriatezza...
Se vorrete parlare ancora, fatelo pure liberamente, questo spazio resta disponibile all'incontro,  al dialogo, nei limiti dell'umanamente possibile, come pure la sottoscritta...
Vi saluto con affetto
Buona fortuna e auguri per tutto.

Cenerentola
post pubblicato in Cultura, il 25 gennaio 2009

La favola è un genere letterario che più di un mese fa ho avuto occasione di rispolverare. Oggi il video che linko me l’ha fatta ritornare in mente e rivisitare. Compresi quanto oggi qui annoto.
La favola,dal punto di vista didattico, si mostrò al mio sguardo quale mezzo utile a conoscere ed interpretare meglio la realtà, quale strumento prezioso di crescita per tutti, adulti e bambini, in quanto espressione di una dimensione capace di trasportare su un piano creativo i fatti, gli eventi, gli aspetti negativi e positivi del crescere e del vivere quotidiano di ognuno di noi.
Il brano scelto dall’autore del video, poi, sarà un caso, ma è esattamente quello che in autobus risuonava martedì passato

Buona visione e buona settimana a tutti!




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 25/1/2009 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'umanità si volta... indietro...
post pubblicato in Cultura, il 8 novembre 2008

In un contesto filosofico-culturale, quale è quello oggi dominante, che  accetta, sostanzialmente, i limiti del nostro mondo attuale come invalicabili e rifiuta quindi di andare oltre tali limiti, tutti i fenomeni sociali, a partire da quello della disoccupazione, vengono vissuti come problema angosciosamente insolubile.
In questa filosofia della rinuncia si opta, quindi, per soluzioni assistenziali, di ripiego, quasi il mondo fosse un grande ospizio per anziani, dove alla gente non resta che attendere la morte, sognando una natura non più contaminata, foreste e valli dove si sente il vento ed il canto degli uccelli... 
Nel contempo ci si continua ad esercitare in una litanica invocazione del lavoro e dell’impresa.
Vi è un bisogno “disperato”, oramai, di intavolare una grande discussione sulla direzione ed indirizzi concreti, locali, globali che l’economia deve assumere.
Ho fiducia che, se solo verranno indicati con sufficiente risonanza gli obiettivi giusti, nascerà e si svilupperà un'altra economia capace di canalizzare risorse importanti verso lo sviluppo, e che saprà mettere a frutto l'unico vero capitale, abbondante e rinnovabile che abbiamo quello umano.
Vi è tanto lavoro da fare, temo però che, per ora, ci si stia, in qualche modo, rifiutando di vederlo.
Non c’è, né dovrebbe esserci, allo stato attuale, altra motivazione se non la forte, determinata, volontà di far prevalere l’opzione dello sviluppo umano contro la rinuncia allo sviluppo, l’amore contro la chiusura egoistica e suicida, la vita, contro la morte.
In ciò c'e', poi, da parte mia, pure il desiderio di accogliere l'insegnamento concreto di grandi ed umili figure contemporanee, quali Madre Teresa di Calcutta, per esempio, che ha continuato a prodigarsi ed a fare il bene affinché anche l'ultimo, apparentemente più insignificante, respiro umano potesse continuare: quel respiro potrebbe avere in serbo una parola determinante per il nostro futuro.
Personalmente ritengo significativamente importante, in un'ottica di molto maggior investimento sulle risorse umane, che il grande mondo del Volontariato accetti contaminazioni dal mondo della Ricerca Scientifica, e che il mondo della Ricerca Scientifica accetti di confrontarsi e collaborare con il Volontariato.
Se l’opzione dello sviluppo riuscisse a prendere la direzione politica effettiva (e questo appare tutt’altro che facile e scontato, sia per la forza delle opzioni contrarie, sia per l’egoismo arraffone e l’assoluta mancanza di ideali di tanta burocrazia che infesta i governi della politica, dell’economia e persino della ricerca) vi sarebbe una rivitalizzazione di tutte le attività umane, a tutti i livelli.
Finalizzate ad obiettivi di sviluppo, le nostre attività avrebbero bisogno di tutte le intelligenze disponibili nel mondo e probabilmente non basterebbero neppure.
La creatività potrebbe e dovrebbe avere un nuovo formidabile impulso ed il collegamento in rete di comunicazione mondiale di tanti nuovi vettori di ricerca porterebbe a scoprire soluzioni prima impensabili
.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lavoro società economia capitale umano

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 8/11/2008 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA COSTRUZIONE DELLA COPPIA
post pubblicato in Cultura, il 28 agosto 2008

[…]

I punti di non ritorno. Il patto e l’istituzione di reciprocità

Vi sono cose che è impossibile volere insieme. Cose, trascendendo le quali, si tradiscono proprio i valori nel cui nome è avvenuto l’innamoramento. Sono i punti di non ritorno.

[…]


continua
Tra i valori della scienza c'è l'umiltà
post pubblicato in Cultura, il 19 giugno 2008

             
 "Cerca di diventare non un uomo di successo, ma piuttosto un uomo di valore". A. Einstein

Lo scienziato è quotidianamente posto dinanzi a problemi che non sa risolvere. Galileo impiegò più di dieci anni per capire l'attrito e pervenire così alla formulazione della prima legge del moto. Einstein dedicò undici anni, dal 1905 al 1916, per capire a fondo il significato degli esperimenti di Galilei sulla caduta dei corpi materiali. Undici anni per arrivare a scrivere una equazione. La Scienza è fatta di problemi irrisolti. Compresa una cosa si passa alla successiva. E ricominciano le difficoltà. Einstein impegnò gli ultimi trent'anni della sua esistenza nel tentativo di unificare tutte le Forze della Natura. Fu la sua grande opera incompiuta. Come fa ad essere arrogante un uomo che non sa rispondere ad un quesito? La Scienza, come detto prima, è fatta di quesiti non risolti. Ecco perché ha, come pilastro, l'umiltà intellettuale. L'arroganza nasce dall'ignoranza.

...

A. Zichichi, Tra fede e scienza. Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, 2005, Il Saggiatore, p. 90 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. umiltà scienza Einstein Zichichi

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 19/6/2008 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Suprema Corte di Cassazione
post pubblicato in Cultura, il 16 giugno 2008

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Decisioni giurisprudenziali

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 16/6/2008 alle 20:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Padronanza di sé
post pubblicato in Cultura, il 9 giugno 2008
Tu sei sempre stato uno che tutto sopportando nulla subisce:
e con pari animo accoglie i favori e gli schiaffi della fortuna
[…] Mostrami un uomo che non sia schiavo delle passioni e
me lo porterò chiuso nell’intimo del cuore, nel cuore del mio
cuore, come ora te.
(Amleto all’amico Orazio)
William Shakespeare, Amleto, trad. it. di Cesare Vico Lodovici, Torino 1960

Una buona padronanza di sé – ossia la capacità di resistere alle tempeste emotive causate dalla sorte avversa, senza essere schiavi delle passioni – è una virtù elogiata fin dai tempi di Platone. L’antica parola greca che indicava questa abilità era sophrosyne, ossia, secondo la traduzione del grecista Page DuBois, cura e intelligenza nel condurre la propria vita; misura, equilibrio e saggezza. I Romani e i primi cristiani la chiamarono temperantia – temperanza – in altre parole, la identificavano con la capacità di frenare gli eccessi emozionali. In effetti l’obiettivo della temperanza è l’equilibrio, non la soppressione delle emozioni: ogni sentimento ha il suo valore e il suo significato. Una vita senza passioni sarebbe come una landa desolata abitata solo dall’indifferenza – tagliata fuori, isolata e separata dalla ricchezza della vita stessa. Tuttavia, come ha osservato Aristotele, è importante che le emozioni siano appropriate, in altre parole che il sentimento sia proporzionato alla circostanza.

Goleman Daniel, Emotional intelligence, 1999, Bur Saggi, p. 79


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Shakespeare Aristotele Platone Goleman

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/6/2008 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Ascolta l'antologia
post pubblicato in Cultura, il 23 maggio 2008

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. D'Annunzio Moretti

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 23/5/2008 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
All'udienza generale Benedetto XVI parla di Romano il Melode, teologo poeta e compositore
post pubblicato in Cultura, il 22 maggio 2008

Se la fede resta viva
la cultura cristiana non muore

A Romano il Melode, teologo poeta e compositore nato nel 490 in Siria, Benedetto xvi ha dedicato la catechesi all'udienza generale di mercoledì mattina, 21 maggio. Durante l'incontro, svoltosi nell'Aula Paolo vi, il Papa ha sottolineato come questo grande Padre della Chiesa ci ricordi il tesoro della cultura cristiana. "Se la fede rimane viva - ha commentato - anche questa eredità culturale non diventa una cosa morta".

Cari fratelli e sorelle,
nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa, vorrei oggi parlare di una figura poco conosciuta: Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, sant'Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a teologi dell'Occidente, come sant'Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.
Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi l'istruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio i (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo l'episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l'apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo - era la festa della Natività del Signore - Romano si diede a declamare dall'ambone: "Oggi la Vergine partorisce il Trascendente" (Inno "Sulla Natività" i. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).
Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L'omelia era allora, per i fedeli, l'occasione praticamente unica d'istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell'estetica e dell'innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all'ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull'ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.
In Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dell'irmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello (efimnio) per lo più identico per creare l'unità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dell'autore (acrostico), preceduto spesso dall'aggettivo "umile". Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude l'inno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dell'omelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta.
Un esempio significativo ci è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: "Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita? / Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato, / né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi / da metterti le mani addosso contro ogni giustizia". Gesù risponde: "Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non dovrei morire? / Come dunque potrei salvare Adamo?". Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: "Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore: / non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata "piena di grazia"" (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5). Nell'inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: "Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole, / conosciuto questo tuo volere essa mi dirà: / - Se chi ce l'ha dato se lo riprende, perché ce l'ha donato? / [...] - Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me, /e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me" (Il sacrificio di Abramo, 7).
Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama "fonte che non brucia e luce contro le tenebre" e dice: "Io ardisco tenerti in mano come una lampada; / chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare. / Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile" (La Presentazione o Festa dell'incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: "Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca / e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire / sia coerente con le mie parole" (Missione degli Apostoli, 2).
Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione è l'unità dell'azione di Dio nella storia, l'unità tra creazione e storia della salvezza, l'unità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo. Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta l'azione missionaria nel mondo: "[...] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini; / hanno preso la croce di Cristo come una penna, / hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo, / hanno avuto il Verbo come amo acuminato, / come esca è diventata per loro / la carne del Sovrano dell'universo" (La Pentecoste 2; 18).
Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato l'unità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare - del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano - e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. "Era uomo - dice - il Cristo, ma era anche Dio, / non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo" (La Passione 19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.
Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (Le dieci vergini [ii]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il cristiano deve praticare la carità, l'elemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: "[...] dieci vergini possedevan la virtù dell'intatta verginità, / ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto. / Le altre brillarono per le lampade dell'amore per l'umanità, / per questo lo sposo le invitò" (Le dieci Vergini, 1).
Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest'eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica - il gregoriano o Bach o Mozart - è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa "passato", ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all'imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: "Cantate al Signore un canto nuovo". Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l'eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un'unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.

L'Osservatore Romano - 22 maggio 2008

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#1









permalink | inviato da Vanna Lo Re il 22/5/2008 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il linguaggio della Verità
post pubblicato in Cultura, il 2 maggio 2008


"Ho aperto il libriccino di Shaun per l’ultima volta, sapendo che avevo finalmente raggiunto l’ultima lezione su come ritrovare il linguaggio della Verità. Leggo quanto vi è scritto:

Il linguaggio della Verità

Tutto qui. Il resto della pagina è bianco.
(…)
Alla fine la famosa dodicesima lezione era stata messa per iscritto. Non sulla carta, dove non avrebbe avuto senso. Era stata scritta dove ne avevo più bisogno: nel profondo del mio cuore".






 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Sergio Bambarén

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 2/5/2008 alle 12:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pensiero del giorno
post pubblicato in Cultura, il 21 aprile 2008
 "Le parole insegnano, gli esempi trascinano. Solo i fatti danno credibilità alle parole". (S. Agostino)



permalink | inviato da Vanna Lo Re il 21/4/2008 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
TOTO' - IL TUTTOFARE
post pubblicato in Cultura, il 15 aprile 2008

Tutto Totò fu l'ultima collaborazione di Antonio De Curtis con la televisione.
La serie, girata nel 1967, venne, infatti, trasmessa poco dopo la sua morte, avvenuta il 15 aprile dello stesso anno. 
Benchè ammalato, il principe non si risparmiò, regalando quello che ancora oggi appare come un efficace concentrato del suo sconfinato repertorio. 
Tra gli special televisivi che compongono la serie il tuttofare: due famosi sketch tratti dalla rivista "Bada che ti mangio" di Michele Galdieri. Totò veste i panni di un disoccupato, Rosario De Gennaro, che si offre per un qualsiasi lavoro e finisce nel negozio di un parrucchiere per signora, dove ne combina di tutti i colori. 

http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-TuttoToto%5E7%5E37791,00.html
http://www.antoniodecurtis.org/film_tv.htm




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 15/4/2008 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Elezioni alle porte
post pubblicato in Cultura, il 10 aprile 2008

L'appuntamento del 13 - 14 aprile credo lo ricorderemo a lungo tutti.
Per chi votare?
Sinceramente non so.
Nonostante inevitabili titubanze, giunto il momento come sempre, da buona cittadina, mi recherò al voto. Ho comunque bisogno di dire la mia e non delegare la decisione che pure a me spetta, anche se vorrei tanto mi fosse data la facoltà di scegliere i candidati.
In ogni modo, la partita decisiva, sono convinta, si giocherà il giorno dopo le elezioni.
All'indomani del voto spero che maggioranza e opposizione vogliano lavorare insieme al miglioramento effettivo delle condizioni di vita nel nostro Paese.
Al centro dell'impegno ci sia l'uomo, "inteso nella sua integrità", che deve essere compreso e salvaguardato nei suoi diritti.




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 10/4/2008 alle 16:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
RENDETE STRAORDINARIA LA VOSTRA VITA!
post pubblicato in Cultura, il 9 aprile 2008

O Capitano! o mio Capitano! il nostro aspro viaggio è terminato,
La nave ha superato ogni pericolo, l'ambíto premio è stato conseguito,
Prossimo è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,
Seguono gli occhi la carena salda, l'audace nave severa;
Ma o cuore, cuore, cuore,
O rosse gocce di sangue,
Dove sul ponte giace il Capitano,
Caduto, freddo, morto.
O Capitano! o mio Capitano! sorgi, odi le campane,
Sorgi, per te è issata la bandiera, per te squillano le trombe,
Per te fiori e ghirlande legate con i nastri - per te nere le rive,
Perché te invoca la ondosa folla, volgendo il volto ansiosi;
Ecco, o Capitano, o diletto padre,
Con il braccio ti sostengo il capo,
Non è che un sogno che, sopra il ponte,
Tu sei caduto, freddo, morto.
Ma non risponde il mio Capitano, restano inerti le sue labbra esangui,
Non sente il padre il mio braccio, non ha più polso, né volontà,
La nave s'è ancorata sana e salva, il viaggio è terminato,
Torna dall'arduo viaggio la nave vittoriosa, che ha raggiunto la meta:
Spiagge esultate, campane suonate!
Io, con funebre passo,
Cammino il ponte dove il Capitano giace,
Caduto, morto, freddo.
Walt Whitman

Tra le righe ho colto un'invocazione al capitano, all'uomo più che ad un ruolo.
La poesia, riportata, vuole, dunque, essere una commemorazione per Chi ha dato tanto per gli altri.
Il mio augurio sincero per tutte le persone che leggeranno:  possiate, voi, guardare con responsabilità, amore e serenità alla vita e renderla così straordinaria.




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/4/2008 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Il Mistero e l'Incontro
post pubblicato in Cultura, il 7 aprile 2008

L’ETERNITA’ IN UN ATTIMO

Se ci fermiamo a riflettere, spesso ci accorgiamo di tante piccole cose alle quali, solitamente, non diamo alcuna importanza.
Una di queste è la dimensione dell’anonimato che si registra e si percepisce in special modo nei “non luoghi”, facendo sì che presenza e assenza si intreccino in modo inestricabile. Luoghi “non luoghi”, come la metropolitana, l’aeroporto, il grande centro commerciale, dove uno sconosciuto si accosta a noi incontrando il nostro sguardo senza che questo rappresenti lo stabilirsi di una relazione.
Questa dimensione di estraneità è, allo stesso tempo, segnata da una straordinaria – seppur effimera e irrazionale – sensazione di confidenza che per un momento unisce due atomi esistenziali, due anime che, attraversando l’universo, si sfiorano per poi nuovamente dividersi.
Un teorema della meccanica quantistica dice che due particelle subatomiche che si siano toccate per un attimo continueranno ad avere una relazione per l’eternità. Chissà se questa legge della risonanza, della distanza e della sincronicità vale anche per gli esseri umani…
Le emozioni che si provano in uno di questi attimi in cui sguardi e corpi si sfiorano all’interno di una dimensione mista di estraneità e di confidenza, sembrerebbero far pensare di sì.
Senza parlare di quando, in maniera ben più drammatica, nel mezzo di un attentato o di una disgrazia naturale si avverte la sensazione, che corrisponde a realtà, di essere unificati in un unico immenso tragico destino: che cosa vuol dire morire a fianco di uno sconosciuto, incrociandone lo sguardo, in una domanda senza risposta? E, soprattutto, che cosa significa quella legge stranissima della psicologia sociale per cui nei “non luoghi” quel che accade parrebbe in realtà non riguardarci? E’ come essere transitati in un luogo, ma in definitiva “non esserci”. E’ come se il tempo, la realtà, la coscienza, e quindi il giudizio, e quindi la responsabilità, fossero drammaticamente sospesi.
Ma questi “non luoghi sono anche ottime palestre per esercitare l’introspezione fisiognomica: parola complicata che indica l’osservazione di un volto, di una postura, di un modo di gesticolare o di abbigliarsi e il tentativo conseguente di abbozzare, sulla base di quegli elementi, un ritratto esistenziale e psicologico di chi si ha di fronte.
E' questa un’esercitazione estrema di quella capacità che tutti abbiamo di riconoscere i volti e le espressioni emozionali che vi si dipingono e, da quelle, ottenere informazioni su come interagire con l’altro. Se, ad esempio, intercetto un’emozione di paura in un viso, posso cercare di prestare conforto; se, invece, noto un’espressione di rabbia o di ostilità, posso pensare di allontanarmi. Allora interagire interpretando è qualcosa di assolutamente naturale a cui la nostra mente non riesce a sottrarsi. Proprio di recente, attraversando la stazione di una grande città, ho scorto e riconosciuto un viso che mi era familiare: in quel momento sapevo che era un volto conosciuto e riconoscibile, ma non sapevo a chi riferirlo. Solo in un secondo tempo ho realizzato che si trattava di Alice, una giovane studentessa, brillante e preparata, incontrata in un salotto televisivo..
Questa fuga proustiana, che avviene nella ricostruzione della memoria, è ciò che nel contatto anonimo non si può esercitare. Riconoscere, allora, il deposito di senso in cui la traccia mnestica di Alice si trovava è stato davvero rasserenante. Sono convinto che ogni qual volta incontriamo l’altro siamo spinti a costruire una dimensione di senso a partire da una memoria. Memoria, senso, identità, interazione sono nutrimento quotidiano della nostra anima, prima ancora che della nostra mente.

Alessandro Meluzzi (psichiatra e teologo); ha collaborato Rossana Silvia Pecorara, Messaggero di Sant’Antonio, Aprile 2008, pag. 65.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. incontro mistero eternità

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 7/4/2008 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Il nuovo disco - don Giosy canta don Tonino Bello
post pubblicato in Cultura, il 6 aprile 2008
Un Partner come Dio

DON TONINO BELLO: NON UN MITO, MA... UN MITE
( Il Vescovo “don”)

“ Sono cresciuto in Parrocchia con le tue canzoni in mezzo alla mia gente e ai miei ragazzi.
Le ho suonate sempre con la fisarmonica. Verresti a un mercoledì di Quaresima che faccio con i giovani della Diocesi nella Cattedrale di Molfetta?” Fu questo il mio primo incontro telefonico con il Vescovo “don”. Dissi di sì e partii, allora, con la mia chitarra prendendo un aereo per Bari.
Arrivato a Molfetta, mi venne ad aprire un bambino. Non era o meglio era uno dei piccoli ‘figli’ che il Vescovo “don” ospitava nella sua casa Vescovile: famiglie senza casa o disagiate.
La cosa mi impressionò molto. Lui mi accolse con la sua fraternità inimitabile e scendemmo in Cattedrale per le prove. Il fascino di questo uomo, innanzitutto uomo, mi si rivelò ancora più grande quando, dopo cena, la Cattedrale di Molfetta si riempì all’inverosimile di giovani che seguivano le catechesi del Vescovo e pregavano con lui. Durante le sue parole di presentazione della serata e della mia missione compresi in un attimo perché così tanti ragazzi e ragazze fossero lì. Il Vescovo “don” parlava dal cuore attingendo a Dio in un modo convinto e convincente, appassionato e dolce come una carezza. Un linguaggio biblicamente insolito e attuale: una novità assoluta. Provai quasi un disagio a incominciare a parlare e cantare dopo di lui. La serata fu bella e emozionante. Ma sinceramente non mi resi conto di aver incontrato uno dei più grandi profeti della nostra epoca.
Ci trovammo insieme ancora una volta a Nettuno. Lui parlò ai giovani e io dovevo fare il concerto dopo la sua... chiacchierata. Ma lo avevo visto tanto pallido e gli chiesi: ”Don, ma non stai bene?”. “Sono solo stanco - mi rispose - e poi il viaggio in treno è stato troppo lungo. Sai, spostarsi continuamente...”. E un sorriso. Allora mi feci coraggio e gli chiesi un autografo per un giovane seminarista e lui acconsentì. E poi scherzando...” E tu non me lo fai? Le canzoni danno più... fama dei libri”. Non si potè fermare al concerto, doveva ripartire, sempre partire.
Seppi poi della malattia. E mi dispiacque molto non poterlo raggiungere. Ma poi mi telefonò lui stesso per invitarmi di nuovo a Molfetta. Andai per il concerto, con la nascosta speranza di vederlo. Ma in quella ultima quaresima proprio non stava più bene e non lo potetti vedere. La sua festa di partenza dalla terra mi legò ancora di più a lui. Ora mi era rimasto così’ nel cuore che, ogni volta che vedevo un suo libro, lo... mangiavo.
E così ha sempre fatto parte di me: della mia vita, della mia pastorale, della mia Missione, dei miei testi delle canzoni. Intorno sentivo crescere...”il mito” di don Tonino. Ricordato, letto, amato, pregato, non capito, giudicato anche dentro la Chiesa, strumentalizzato per scopi che non erano i suoi. Nel mio cuore, sinceramente, non è un mito. Don Tonino per me è un MITE che ha ereditato la terra, promessa da Gesù.
E’ l’uomo mite che ha gettato uno sguardo sempre d’amore sulla terra, sulla sua terra e sull’uomo, centro del suo vivere. E’ il sacerdote mite che è totalmente afferrato dal Risorto e ne carica l’energia divina nella parola e nel ministero. E’ il Vescovo mite che sveglia sempre l’aurora dentro le situazioni più attuali e quotidiane dell’esistenza, seminando il Dio giovane nella Chiesa. Per questo eredita la terra: campo fecondo che si lascia seminare e entusiasmare, affascinata dal ritmo spirituale delle sue parole, delle sue intuizioni, della sua profezia, dal suo grembiule, dai suoi gabbiani, dai suoi arcobaleni, soprattutto dalla Vergine Maria, donna dei nostri giorni. Beato te Vescovo “don”, beato mite di cuore che hai saputo unire grandezza e umiltà, vertigine e sprofondo, peccato e braccia aperte, povertà e salvezza, coraggio estremo per la pace e parola eucaristica di fuoco. Beato te che hai saputo mantenere mitezza e sorriso nella vita quotidiana della Chiesa e della tua Chiesa, coniugando fermezza nei principi e apertura a tutti gli orizzonti. Beato te, mite e umile di cuore, che hai scavato alle sorgenti profondi di ogni parola e gesto di Cristo, trasformandoli in luminosi segnali indicatori di strade autentiche e inedite di vita e di adesione a Lui. Con immensa gioia e piccolezza, di fronte a te, ricordandoti e leggendoti, respirando il tuo Salento, la tua famiglia, la tua gente e l’ulivo sulla tua tomba ti dedico questo disco.
MITE DON TONINO, con la speranza che tu mi canti ancora mentre io oggi ti canto. Che tanti altri cantino quel Concerto Pasquale che è stato e sarà sempre il segno del tuo passaggio e il tuo sogno. Ti voglio bene, ti vogliamo bene... come tu ci hai insegnato a dire da quell’ultimo scomodo altare del tuo ultimo giovedì santo terreno.
don Giosy Cento
http://www.giosycento.it/don%20tonino/unpartner.htm

L'etica è l'antidoto?
post pubblicato in Cultura, il 29 marzo 2008

L’uomo non deve solo riparare il male, ma deve anche evitarlo.
Perché ciò avvenga non bisogna necessariamente che ami il prossimo come se stesso, che veda nell’altro Cristo, ma basta che metta in pratica la cosiddetta "regola d’oro", ovverosia “non fare mai agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 29/3/2008 alle 13:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Benedetto XVI all'udienza generale parla del Triduo Pasquale e lancia un appello alla riconciliazione per il Tibet: la violenza non risolve i problemi ma li aggrava
post pubblicato in Cultura, il 19 marzo 2008

"Dobbiamo ripartire da Cristo e lavorare in comunione con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore”

La speranza di pace della Pasqua cristiana più forte delle “notizie drammatiche” che arrivano dal mondo. Alle circa 12 mila persone presenti all’udienza generale - anche oggi distinta in due momenti, tra la Basilica Vaticana e l’Aula Paolo VI - Benedetto XVI ha dapprima spiegato i momenti salienti del Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, per poi invocare pace e riconciliazione per la grave crisi che sta scuotendo il Tibet.
 
“Seguo con grande trepidazione - ha detto il Pontefice - le notizie, che in questi giorni giungono” da quella zona dell’Asia:
“Il mio cuore di Padre sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone. Il mistero della passione e morte di Gesù, che riviviamo in questa Settimana Santa, ci aiuta ad essere particolarmente sensibili alla loro situazione. Con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera. Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce, che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza”.
http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=193895

19/03/2008 20.03.26 >Notizia>Politica



Tibet: il Dalai Lama riafferma il suo impegno per una soluzione pacifica alla crisi con Pechino
E nel giorno in cui il Papa esprime tristezza per le sofferenze del Tibet, il Dalai Lama ha riaffermato il suo impegno per una soluzione pacifica alla crisi con Pechino. Intanto gli Stati Uniti definiscono ''una cosa molto positiva'' la volonta' della Cina di aprire un dialogo con il Dalai Lama volontà che, secondo quanto ha riferito il primo ministro britannico Gordon Brown, gli ha manifestato il suo omologo cinese Wen Jiabao. I toni dello scontro restano comunque alti.I particolari nel servizio di Maria Grazia Coggiola http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=194030




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 19/3/2008 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
In economia il “rosa” ha una marcia in più
post pubblicato in Cultura, il 8 marzo 2008

Lo sostiene Maurizio Ferrera, docente di Politiche del Welfare all’università di Milano e autore per Mondadori di Il fattore D (sta per donna), disamina sui vantaggi economici che un aumento dell’occupazione femminile può portare all’Italia. “Oltre all’ovvio aumento del reddito delle famiglie, il lavoro delle donne crea anche altro lavoro, dal momento che incrementa la richiesta dei servizi” afferma Ferrera. “Secondo recenti statistiche, per 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare 15 posti aggiuntivi”.
Il professore individua dei punti imprescindibili affinché decolli l’occupazione femminile.
Eccone alcuni:

  • meno oneri per le imprese che assumono donne.
  • orari e organizzazione del lavoro più flessibili, soprattutto per madri e padri.(..., realizzare  “banche del tempo”: nei momenti di maggior impegno familiare, esse offrirebbero l'opportunità di prelevare, sotto forma di permessi, ore di lavoro extra, in altri momenti, depositate)
  • congedi parentali*... innalzamento percentuale retribuzione spettante. Se si sta a casa per accudire i figli, oggi, si perde il 70% dello stipendio. In Francia, sono rimborsati al 100 per cento, per 12 mesi.
  • creazione di un’Accademia nazionale per i talenti femminili. Premi, borse di studio, corsi di formazione per le studentesse più brave delle scuole secondarie e delle università. Per segnalare e valorizzare le loro capacità, facilitare il loro accesso alle posizioni di vertice nel mondo delle imprese e delle istituzioni.
  • ...

Ferrera Maurizio, settimanale Io Donna, 8 Marzo 2008, pag. 146 e ss.
*http://www.inps.it/home/ -Le prestazioni a sostegno del reddito/maternità




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 8/3/2008 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Workaholism
post pubblicato in Cultura, il 3 marzo 2008

Il workaholism rientra in quelle che vengono definite nuove dipendenze.
Si tratta di un fenomeno complesso; investe l'individuo sia a livello psicologico, sia a livello comportamentale.
La dipendenza da lavoro ha parecchie conseguenze negative: ansia, depressione, irritabilità, stress, burnout etc.
E' un problema che riguarda non solo l'individuo, ma il sistema e la cultura: i workaholics e la dipenza non potrebbero sopravvivere senza il luogo di lavoro. Diviene fondamentale, dunque, prestare attenzione alle abitudini lavorative dei dipendenti, progettare e realizzare interventi e incoraggiare una cultura organizzativa che rinforzi la moderazione, non stabilendo aspettative irrealistiche o richiedendo prestazioni professionali impossibili.
Gioacchino Lavanco, Anna Milio
www.gioacchinolavanco.it


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. salute

permalink | inviato da Vanna Lo Re il 3/3/2008 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Outsider Culture
post pubblicato in Cultura, il 2 marzo 2008

L'outsider, un lavoratore instancabile? *

Per gli scommettitori  “outsiders” è un termine tecnico che designa le sorprese attese: le squadre non favorite ma comunque non escluse dai pronostici, i cavalli un po’ stracchi o troppo giovani che però ce la potrebbero anche fare a piazzarsi, il ciclista che se non piove e non fa freddo in salita va come un treno etc...
Se si guarda alle arti, non vi è dubbio, la figura dell'outsider è stata già da molto tempo istituzionalizzata sotto varie etichette dall’Art Brut alla Folk Art, dall’Insane Art alla Visionary Art. 
Estendendo ad altri campi della cultura, Kierkegaard e Nietzsche, ai loro tempi, sono stati degli outsiders della filosofia, non meno che Rimbaud e Campana della letteratura.
Tuttavia non è mettendola sul piano del riconoscimento postumo della genialità, che in questa intricata questione* si possano fare molti progressi. Forse è più proficuo interrogarsi su quelle figure che sembrano, a prima vista, prossime all’outsider, la prima delle quali è quella del dilettante... 
Come dice Burckhardt, bisogna essere almeno un po' dilettanti in molte cose; altrimenti si rimarrà ignoranti,...Un outsider, comunque, non è un dilettante, ma qualcuno che impegna se stesso in modo totale in un’attività da cui dipende il senso della sua vita, per lo più completamente al di fuori di un campo professionale e istituzionale, talora in concorrenza con questo, ma più spesso restando estraneo alle sue dinamiche concorrenziali ed escluso da un riconoscimento legittimante.
Mentre il professionista distingue tra lavoro e tempo libero, tra job e hobby, l’outsider è una specie di ultraprofessionista, perché mette nella sua attività una passione che prescinde dal vantaggio utilitario. La sua attività assume il carattere della vocazione, secondo il significato etimologico della parola tedesca Beruf, che vuol dire appunto chiamata. (Anche in italiano il termine professione significa innanzitutto aperta dedizione ad un ideale, prima che attività intellettuale esercitata a scopo di guadagno per la quale è necessaria una particolare abilitazione).
A partire dal momento in cui anche l’outsider viene solennizzato, vale a dire  considerato come il detentore di un capitale culturale non dissimile da quello di un professionista o di un artista, si allontana sempre più dalla figura del dilettante. Ciò che sembra caratterizzarlo è proprio al contrario un’ostinazione e una perseveranza nello svolgimento del suo lavoro che va molto aldilà del comune esercizio di un lavoro professionale...
http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=14 (Mario Perniola)




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 2/3/2008 alle 21:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia aprile