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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
La gioia di una scoperta, tu non sei ciò che fai, ma ciò che sei nel fare quel che fai. La scoperta di un'esistenza autentica
post pubblicato in Comunicazione, il 12 febbraio 2011

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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 12/2/2011 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ci sono silenzi che costruiscono e ve ne sono altri inutili che distruggono generando sofferenza, dolore
post pubblicato in Comunicazione, il 8 agosto 2010

Citando sant’Agostino, che poi è stato uno dei passaggi dell'incontro con l'autore Luigi G. Carriero, tenutosi a san Vito dei Normanni, proprio ieri sera, e scopro oggi attraverso la rete essere parte di in messaggio , quello che il segretario uscente Cgilha proferito in conclusione della sua relazione durante il  X congresso svoltosi in Veneto, alcuni mesi fa.

Lo riporto, perché amo sant'Agostino, lo ritengo ineguagliabile

“La speranza ha due figli, una femmina: la rabbia come indignazione verso le ingiustizie; uno maschio: il coraggio come non rinuncia al cambiamento dell’esistente. Noi rappresentiamo una speranza per questo Paese perché abbiamo forte il senso dell’indignazione per ciò che produce sofferenza, e grande il coraggio di credere che cambiare non solo è possibile, ma necessario”.

La Poesia ha ricordato Luigi è essenzialmente semplicità, è solo con la semplicità che possono essere raccontati i sentimenti. Quelli veri, profondi, che segnano e contraddistinguono la nostra vita e parlano al nostro cuore

 

"Ho carezzato un sogno in

una notte di stelle,

l'ho carezzato col cuore,

cercando la luce e

la pace"

(da un sogno di Luigi G, Carriero, La Vita e L'Amore, Poesie, Ed. Suman, Conselve - Padova)

 

Ti rinnovo , Gigino, anche qui, la stima e l'affetto.

http://luigicarriero.ilcannocchiale.it/2010/08/04/luigi_g_carriero_estate_in_pug.html

Grazie mille, grazie di !




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 8/8/2010 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Nulla c'è che capisce di più l'Amore quanto l'umiltà Chiara Lubich
post pubblicato in Comunicazione, il 28 giugno 2010



permalink | inviato da Vanna Lo Re il 28/6/2010 alle 17:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Non è l'assurdo che sconcerta, ma la logica dell'assurdo, o meglio la pretesa logica dell'assurdo...
post pubblicato in Comunicazione, il 26 giugno 2010

 

...preoccupata a giustificare l'indifferenza.
 
Perdere la pazienza può essere una virtù?
A noi sembra impossibile, abituati come siamo a pensare la pazienza come una delle qualità più necessarie all'animo umano. Avere pazienza ci pare in ultimo l'atteggiamento migliore davanti alle avversità della vita.
Certo la tolleranza è anche un valore. Eppure non sempre è il tempo della tolleranza: ci sono infatti momenti in cui appaiono necessarie parole intransigenti, ci vogliono cioè parole sincere, che sappiano rompere il cerchio insopportabile dell'indifferenza e dell'ipocrisia, testimoniando quella verità che non può essere nascosta.
Infatti, dietro alla tanto predicata tolleranza dei tempi moderni si nascondono facilmente proprio l'indifferenza e l'ipocrisia: da una parte l'indifferenza di chi non vuole mai compromettersi, difendendo sino alla fine il proprio piccolo mondo; ma dall'altra anche l'ipocrisia di chi vuole starsene comodo, e allora tollera gli altri affinché gli altri tollerino lui.
In alcuni casi, dunque, perdere la pazienza è una virtù. Naturalmente non è facile sapere quando davvero è il caso; non è facile cioè saper distinguere i tempi della pazienza dai tempi dell'intransigenza: non ci sono regole automatiche.
Ogni giorno si impara che cosa è bene dire e che cosa è bene tacere.
Stai attento/a alla tua indifferenza e alla tua insensibilità perché uccide.

(continua)




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 26/6/2010 alle 16:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fedeli e sorridenti
post pubblicato in Comunicazione, il 20 maggio 2010

Per cominciare

Signore, donami una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.
Donami la salute del corpo, e il buon umore necessario per mantenerla.
Donami, Signore, un'anima semplice
che sappia far tesoro di tutto ciò ch'è buono e puro,
e non si spaventi alla vista del male,
ma piuttosto trovi sempre il modo di rimettere le cose a posto.
Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama "io".
Dammi, Signore, il senso del buon umore.
Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
per scoprire nella vita un pò di gioia e farne parte anche agli altri.
San Tommaso Moro


Il senso dell’umorismo è un dono: uno ce l’ha o non ce l’ha. Si può però insegnare ad apprezzarlo, vale a dire aiutare i giovani a imparare un modo corretto per avere il giusto distacco dalle cose. Educare al senso dell’umorismo, però, non vuol dire unicamente far sì che lo si apprezzi. Non significa invitare a vedere le cose, sempre, anche da un’altra prospettiva, in modo da non fissarsi su di un aspetto parziale. Significa aiutare a discernere tra un modo giusto e uno sbagliato, tra una forma buona e una forma cattiva di operare questo distacco. C’è infatti, il sorriso di comprensione e la smorfia di compatimento. C’è la risata contagiosa, capace di coinvolgere e trascinare, e il riso di scherno. C’è l’ironia costruttiva e il risolino scettico. L’umorismo è qualcosa di specificamente umano. Lo diceva già il buon Aristotele. Ma –questo invece il grande filosofo greco non lo diceva – come tutte le cose umane, capace di essere snaturato e traviato: andando contro il suo vero carattere. Così l’educazione che fa apprezzare il senso dell’umorismo acquista anche una valenza etica: quando usa l’umorismo per cementare le relazioni umane, invece che distruggerle attraverso una presa in giro.
 
La virtù dell’umorismo sta nel mezzo fra due estremi: rozzezza e asprezza di spirito da una parte, buffoneria volgare e offensiva dall’altra. I nostri tempi afflitti da tutti e due gli estremi, mi sembra, urge riscoprire la virtù.
 
Ventimiglia G. e Fabris A, Messaggero di sant’Antonio, maggio 2010, p. 38 e ss.

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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 20/5/2010 alle 19:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Trasformare l'acqua in vino. Il matrimonio cristiano: un bene da difendere e da promuovere.
post pubblicato in Comunicazione, il 16 gennaio 2010

 

 
Mai come oggi il matrimonio è messo in crisi. Sotto forme sottili se ne intacca la natura. Convivenze, unioni libere, divorzio, sono tutte parole che ci avvertono della bufera che sul matrimonio imperversa.
Distruggendo il matrimonio cosa ci resta di veramente solido e sicuro in questa nostra civiltà?
Vi era un tempo in cui il matrimonio forse aveva minore apparenza esteriore, ma aveva una profondità di affetto e durata, che non conosceva interruzione
Leggevo il racconto di un papa, lui diceva così: "Sono più di 30 anni che vivo con mia moglie. Abbiamo passato momenti di difficoltà economiche fino alla povertà, ma ci siamo voluti bene, sempre. E oggi  dico che senza mia moglie mi mancherebbe il fondamento della mia felicità. Non basta un'eternità per sperimentare la ricchezza che è nell'amore".
Ci sono ancora queste famiglie in cui lo sposo possa dire della sua unione con la sposa la stessa cosa? Nonostante il grande rumore, che fanno i mass media, che sembra obbediscano alla voglia di egoismo che separa, ci sono coppie che nel matrimonio sanno ancora vivere la vocazione alla santità, dando testimonianza di un amore che non ha limiti e confini.
Se crisi c'è oggi nel matrimonio al punto da chiamare tale anche ciò che non può esserlo per natura, credo che dipenda dall'aver sfrattato dalla vita l'Amore, ossia Dio, origine di ogni amore e vita. È sotto i nostri occhi l'immane tragedia di matrimoni spezzati, donne e uomini allo sbaraglio, come traditi, figli che non sanno più chi è il loro papà o la mamma. Davvero un grande calvario, là dove si era chiamati a costruire giorno per giorno un paradiso con fedeltà all'amore.
La Chiesa, in questa domenica del tempo ordinario, ci propone il segno delle nozze di Cana. Senza voler sottovalutare i punti fermi del racconto evangelico mi sono soffermata e ho colto con piacere uno spaccato della nostra vita quotidiana. Il testo racconta di una festa di nozze che è anche un "ritrovarsi" di familiari e amici attorno a due persone giovani che stanno coronando il sogno della loro vita.
A condividere questa gioia c'è anche Gesù con Maria e i discepoli.  Tutto sembra andare per il verso giusto, fino a quando ci si accorge di una difficoltà seria e di non poco conto: manca il vino!!!
Si pensa di avere tutto e invece manca l'essenziale per proseguire bene il cammino che si sta facendo. Ed ecco che Gesù, sollecitato dalla premurosa e discreta attenzione della Mamma, interviene  per la serenità e la gioia dei due sposi. Per primo li incoraggia a superare le difficoltà che appaiono già all’inizio della loro vita insieme.
Di fronte alle prime difficoltà al giorno d’oggi ognuno avrebbe preso la sua strada, interrotto il cammino.
Il matrimonio dura lo spazio  d’un mattino.
Questo perché tante volte la presenza di Gesù, come unico benefattore di felicità, è letteralmente ignorata perché non ci si preoccupa di fare/affrontare un discorso serio su di Lui e/o con Lui.
Se c'era e c'è un dono immenso di Dio è proprio quello dell'amore, ossia la capacità di farsi dono l'uno per l'altro e, in questo dono meraviglioso, pur se chiede anche sacrificio, si attua la vocazione che Dio dà a tanti, per coniugare il segreto della felicità e della perfezione, e, nello stesso tempo, per mettere alla prova la nostra capacità di amare con fedeltà, nonostante le necessarie prove che si possono incontrare.
Non solo, ma conoscendo la nostra debolezza, per sostenere il matrimonio, lo ha reso Sacramento, ossia è Lui stesso a suggellare, dare forza con la Grazia. Potremmo dire che, nel sacramento del matrimonio, al momento del 'sì', Gesù viene una volta per sempre, come amico, il forte amico che darà forza a quel 'nostro sì', che a volte è debole, a volte eroico, a volte fragile, a volte inconsistente.
 E’ il Vangelo delle nozze di Cana  a farci capire che Gesù dà risalto all'importanza della famiglia, si rende presente con la sua benedizione e il suo aiuto.
 C'è un altro aspetto che possiamo sottolineare: a Cana c'è la gioia. Cito quanto afferma uno scrittore: " Se tu bevi quel vino che Dio stesso ti offre, sei nella gioia. Non è detto che tale gioia sia sempre facile, libera dal dolore e dalle lacrime, ma è gioia. Ti può capitare di bere quel vino della volontà di Dio nelle contraddizioni e nelle amarezze della vita, ma senti la gioia. Dio è gioia anche se sei crocifisso. Dio è gioia sempre. Dio è gioia perché sa trasformare l'acqua della nostra povertà nel vino della risurrezione.
 
 
Dono agli sposi la Parola di Isaia che significativamente la Liturgia ci comunica:
 
 
"Per amore di Sion non tacerò; per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la sua giustizia, tutti i re la sua gloria e si chiamerà con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nelle mani del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più 'abbandonatà, né la tua terra sarà più detta 'devastatà, ma tu sani mio compiacimento e la tua terra 'sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te" (Is. 62, 1-5).
 
Buona Domenica!!!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 16/1/2010 alle 20:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
... Ha bisogno di te
post pubblicato in Comunicazione, il 16 luglio 2009

Se la nota dicesse:
"Non è una nota che fa una musica..."
Non ci sarebbero le sinfonie!

Se la parola dicesse:
"Non è una parola che può fare una pagina..."
Non ci sarebbero i libri!

Se la pietra dicesse:
"Non è una pietra che può alzare un muro..."
Non ci sarebbero le case!

Se la goccia d'acqua dicesse:
"Non è una goccia d'acqua che può fare il  fiume..."
Non ci sarebbe l'oceano!

e il chicco di grano dicesse:
Non è un chicco di grano che può seminare il campo..."
Non ci sarebbe la messe!

Se l'uomo dicesse:
"Non è un gesto d'amore che può salvare l'umanità..."
Non ci sarebbero mai né giustizia né pace,
né dignità né felicità nella terra degli uomini.

Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota,
Come il libro ha bisogno di ogni parola,
Come la casa ha bisogno di ogni pietra,
Come l'oceano ha bisogno di ogni goccia d'acqua,
Come la messe ha bisogno di ogni chicco di grano,
L'umanità intera ha bisogno di te, là, dove sei,
unico, e dunque insostituibile!

(Michel Quoist)


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 16/7/2009 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Attenzione: cantiere di lavoro, spazio dei lavori in corso. Perché la comunicazione è un percorso e non ci si può mai ritenere arrivati, è sempe possibile spostare un pò più in là il confine delle proprie competenze e abilità comunicative
post pubblicato in Comunicazione, il 1 febbraio 2009

Esperienza fondamentale della persona è la comunicazione: essa è il rapporto circolare per cui uscendo da sé la persona si ritrova nell’altro e accogliendo l’altro in sé ne è arricchita, proprio in quanto lo rispetta nella sua alterità.

La comunicazione decolla quando si prende coscienza che è un processo di apprendimento.
Si può imparare a comunicare. Anzi si deve imparare a comunicare bene e sano. Apprendere per com- prendere.
La capacità di comunicare bene e pienamente si conquista solo nel tempo, attraverso la fatica del farsi comprendere e la dolorosa esperienza del fallimento comunicativo.
La competenza comunicativa si conquista con la testa, attivando un movimento intellettuale di comprensione e d’acquisizione, ma anche con il cuore, attivando un movimento esistenziale di cambiamento e di trasformazione verso una relazionalità autentica.
La comunicazione vera è armonia tra parola, silenzio e incontro. Se è solo silenzio può scadere nel mutismo. Se è solo incontro può scadere nell’esteriorità, nella strumentalizzazione.
L’incontro con l’altro è reale quando diventa reciprocità, quando mette al bando la fretta. 
L'incontro richiede tempo e attenzione. Domanda accoglienza e l'accoglienza ha i suoi riti. Bisogna educarsi a non avere fretta.
La disponibilità all'ascolto dell'altro passa inevitabilmente attraverso la disponibilità a parlare di sé. Passa attraverso il desiderio di comunicarsi all'altro.
La vera comunicazone non è quella che offre consigli e ricette, ma quella che sa toccare e accompagnare con mano l'inquietudine dell'altro. Quella che sa farsi solidarietà e stima, in ogni situazione e in ogni caso. Quella che sa accoglire le scelte dell'altro, anche quando sono diverse dalle proprie. Quella che sa accettare l'altro anche quando imbocca strade che non si condividono.
Alla fine di un vero e autentico processo comunicativo l'emittente e il destinatario si appartengono un pò di più e il frutto della loro comunicazione (messaggio) appartiene indistintamente ad
entrambi.

La comunicazione vera, quella che crea reciprocità, nasce dal cuore e raggiunge le mani.
Dal cuore alle mani.


Signore, stasera mentre passeggiavo
Immerso nel deserto del mio amore,
ho incontrato una bambina che piangeva.
Le ho sollevato il capo per leggere i suoi occhi
E il suo dolore mi ha sconvolto.
Signore, se io rifiuto di conoscerlo,
rifiuto una parte del mondo
e non avrò terminato la mia opera.
Non che io voglia distogliermi dai grandi fini,
ma quella bambina deve essere consolata.
Perché soltanto allora il mondo andrà bene.
Anch’essa è il contrassegno del mondo (A. de Saint –Exupéry)

E’ lo scambio dinamico tra cuore e mani che culla e fa crescere la reciprocità.
…Dal cuore alle mani… soltanto allora avrò completato la mia opera e il mondo andrà bene!

Grazia Le Mura, Comunicare: dal cuore alle mani, prassi e cultura della reciprocità, Paoline, pagg. 25, 28, ss.

Siamo in cammino, in divenire, in continua trasformazione, è questa l'avventura più stupenda che possa capitarci di vivere.

Conversando con amici
post pubblicato in Comunicazione, il 11 agosto 2008

Ieri sera ero a cena con alcuni amici del gruppo parrocchiale di cui mia sorella fa parte da più di un anno e che da un pò di tempo ho la gioia di frequentare anch'io.
Uno di loro ha visitato questo blog, per la prima volta, pochi giorni fa. Lo ha apprezzato, mi ha suggerito, però, di mettere ordine al fine di agevolare la consultazione e favorire
 così anche e soprattutto chi vi sbarcherà per la prima volta.
Approfitterò di queste vacanze per provarci.
Ho, già, aggiunto qualche rubrica, cercherò di selezionare i post a seconda dei temi trattati, nonostante alcuni potrebbero trovare differenti collocazioni, come lui stesso - d’accordo con me - ha osservato.
Se in futuro i risultati, per avventura, non dovessero corrispondere a quelli auspicati, sono certa che gradirete ugualmente lo sforzo. Il tempo poi da buon alleato farà la sua parte. Si può sempre migliorare. Del resto, siamo in cammino.

P.s.  Il mio amico mi ha anche suggerito di  prestare più attenzione agli eventi culturali e non della realtà locale. Fine agosto, inizi di settembre, compatibilmente con i rispettivi impegni, se riusciremo ad organizzarci, scriverò con lui il primo post a quattro mani. L'idea mi garba parecchio e mi fa sorridere, non poco, perché per me vivere è incontrare e l'incontro umano è sempre arricchente, lascia sempre una traccia del suo accadere, un confronto, un’idea, il suggerimento di una revisione, un’angolatura nuova nel vedere le cose, una diversa scala di valori, la conoscenza di un vissuto sconosciuto, l’invito a recuperare qualcosa di trascurato ...

Un caro saluto,
a presto




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 11/8/2008 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Un pensiero per te
post pubblicato in Comunicazione, il 22 giugno 2008
 Fa molto chi fa poco ma fa quello che deve fare, fa nulla chi fa molto ma non fa quello che deve fare”. Ed ancora un’altra celebre frase dice: “Molte volte il nostro poco per altri può essere un tesoro”.


Auguro a tutti i lettori una felice estate.

Un caloroso abbraccio a:
il cannocchiale.it, Paolo, Andrzej,
Lorenzo, cantieristupore, Dario, Vitachiara; 
con la vostra presenza avete significativamente segnato
e impreziosito l' esperienza del blog.
Grazie di cuore  a tutti voi per  essere stati qui
e per aver camminato al mio fianco.
Un sentito grazie va, altresì, a tutte le persone
che hanno letto, visto, ascoltato,
che sono passate solo per un saluto
o diverse volte si sono affacciate.
 
A Dio piacendo, 
altri post a Settembre.

PS. Se nei prossimi mesi vi andasse di ripassare, vorrei lo faceste certi di essere sempre i benvenuti


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 22/6/2008 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
La lingua italiana: meravigliosa.
post pubblicato in Comunicazione, il 20 giugno 2008

Navigando, ho incontrato questo link:   http://forum.accademiadellacrusca.it/phpBB2/viewtopic.php?t=320&start=15


Ha generato in me una prima, semplice, riflessione che condividerò con voi che leggete, forse scontata, comunque- La riflessione è la seguente:

La nostra lingua è vero, è stupenda, ricca di sfumature e in qualche modo ognuno nella sua singolarità la padroneggia, ma di tanto in tanto, dovremmo, un pò tutti, nessuno escluso,  verificare il modo in cui siamo soliti esprimerci, evitando così di darlo per scontato (ad esempio è - in ogni circostanza- quello più corretto, appropriato?). Se il linguaggio è fondamentale,  posto che è uno tra i più importanti strumenti comunicativi di cui disponiamo, se è altresì quello che ci permette di entrare in contatto con l'altro, di comprenderlo ed essere da lui compresi merita la dovuta cura e attenzione, certamente non inferiore a quella che riserviamo alle altre nostre modalità comunicative. La comunicazione è un percorso. Mai ci si può ritenere arrivati. Garantisco.

Benedetto XVI ai giovani di Brindisi: "non cedete al male, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà ma confidate in Cristo cercando di capire e amare la Chiesa"
post pubblicato in Comunicazione, il 15 giugno 2008

"Non lasciatevi irretire dalle insidie del male! Ricercate piuttosto un’esistenza ricca di valori, per dare vita ad una società più giusta e più aperta al futuro. Mettete a frutto i doni di cui Dio vi ha dotato con la giovinezza: la forza, l’intelligenza, il coraggio, l’entusiasmo e la voglia di vivere. E’ a partire da questo bagaglio, contando sempre sul sostegno divino, che potete alimentare in voi e attorno a voi la speranza. Dipende da voi e dal vostro cuore far sì che il progresso si tramuti in un bene maggiore per tutti. E la via del bene – voi lo sapete - ha un nome: si chiama amore”.
Solo nell’amore autentico – ha concluso il Papa - si trova la chiave di ogni speranza, perché l’amore ha la sua radice in Dio …
e l’amore di Dio ha il volto dolce e compassionevole di Gesù Cristo”.
Ecco dunque il “cuore del messaggio cristiano”:

Cristo è la risposta ai vostri interrogativi e problemi; in Lui viene avvalorata ogni onesta aspirazione dell’essere umano. Cristo, però, è esigente e rifugge dalle mezze misure. Egli sa di poter contare sulla vostra generosità e coerenza: per questo si attende molto da voi. SeguiteLo fedelmente e, per poterLo incontrare … cercate di conoscere la Chiesa, di capirla, di amarla, prestando attenzione alla voce dei suoi Pastori. Essa è composta di uomini, ma Cristo ne è il Capo ed il suo Spirito la guida saldamente. Della Chiesa voi siete il volto giovane: non fate perciò mancare il vostro contributo, perché il Vangelo che essa proclama possa propagarsi dappertutto. Siate apostoli dei vostri coetanei!”

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=212281

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=212263


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 15/6/2008 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
La sincerità
post pubblicato in Comunicazione, il 12 giugno 2008

E’ un modo di comunicare.
Si basa sulla verità.
E’ il risultato di un’educazione, di una cultura, di una civiltà.
E’ scelta per un cammino spirituale o di vero amore.
E’ essenziale per comprendere gli altri.
E’ sinonimo di rispetto, di stima per l’altro.

Valerio Albisetti


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 12/6/2008 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIALOGO
post pubblicato in Comunicazione, il 9 giugno 2008

Gli ambiti della vita dialogica e fonologica non coincidono con quelli del dialogo e del monologo, neanche, se vi si includono le forme prive di suono e quelle prive di gesti. Non ci sono solo vaste sfere della vita dialogica che non sembrano essere dialogo, c’è anche un dialogo che non è vitale, cioè ha l’apparenza del dialogo, ma non l’essenza. Talvolta sembra addirittura che ne esistano ormai solo di questo tipo.
Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l’intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo su di sé. Come si è detto, la prima specie è diventata rara. La seconda appartiene all’inalienabile patrimonio dell’”esistenza moderna”.
E la terza…
Un dibattito, in cui uno non manifesta i suoi pensieri così come prima li aveva in mente, ma li rende pungenti in modo che possano colpire nel segno con più efficacia, e senza avere presenti come persone gli uomini a cui parla; una conversazione non determinata dal bisogno di comunicare, né di conoscere e neppure dal bisogno di entrare in contatto con qualcuno, ma soltanto dal desiderio di confermare la propria opinione di sé valutando l’effetto del’’impressione prodotta o per rafforzarla se era diventata insicura; un intrattenersi amichevole, in cui ciascuno considera se stesso assoluto e legittimo e l’altro relativo e discutibile; un colloquio d’amore in cui l’uno e l’altro partner gode della propria anima stupenda e della sua preziosa esperienza: quale mondo di illusorie immagini senza volto!
Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare. A vivere nel monologo non è il solitario, ma colui che non è capace di rendere sostanzialmente reale la società all’interno della quale si muove. Colui che vive nel dialogo riceve, nel consueto scorrere delle ore, qualcosa di detto e sente che tocca a lui rispondere; ma anche nel più grande isolamento, per esempio in una passeggiata in montagna senza compagni, non lo abbandona la consapevolezza di ciò che gli sta di fronte, nella varietà delle sue metamorfosi. Colui che vive monologicamente non custodisce l’altro come qualcosa che non è semplicemente lui e con cui tuttavia può comunicare. Per lui solitudine può significare pienezza emergente di volti, di pensieri, ma mai scambio profondo, conquistato in nuove profondità, con il reale inafferrabile.

[…]

Anche nell’estremo abbandono, l’esistenza dialogica riceve un sentore aspro e fortificante della reciprocità; anche nella più affettuosa comunità, l’esistenza fonologica non percepirà nulla al di là dei limiti del proprio io.
Non si deve scambiare quest’opposizione con l’opposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Conosco persone che si dedicano ad “attività sociali” e non hanno mai parlato da essere a essere al loro prossimo; e altre che non hanno alcuna relazione personale oltre quella che hanno con i propri nemici, ma in modo tale che dipende solo dai nemici se questo rapporto non è divenuto dialogo.
Ancor meno si può paragonare il dialogo all’amore. Ma l’amore senza dialogo, quindi senza un reale andare- verso- l’altro, giungere- all’altro, presso -l’altro- rimanere, è l’amore che rimane presso di sé, che ha nome Lucifero.
Certamente, per poter andare verso l’altro, occorre essere stati, essere, presso di sé.
Un dialogo tra semplici individui non è che un abbozzo: solo tra due persone si svolge.
Ma dove un uomo da individuo potrebbe divenire persona così sostanzialmente se non nell’esperienza rigorosa e soave del dialogo, che gli insegna l’illimitato contenuto del limite?

Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, p. 205.



Seguono alcune riflessioni che vogliono essere uno "stimolo" all'apertura del dialogo, sempre, perché il dialogo deve essere un vero e proprio metodo di ricerca nel mondo della comunicazione, come in ogni altra scienza.

Comunicazione, cultura, reciprocità: dove reciprocità sta per dialogo attuale e compiuto
 
"Tra silenzio e parola, la luce della comunicazione" (... "Esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se una comunicazione vera s'instaura, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione perché, se lo scontro divide, l'incontro unisce" , pag. 2; ogni comunicazione è luce, pag. 4;... Reciprocità non vuol dire solo rispondere a un appello, ad un input , ma farlo coscienti che ciò dà il via a una relazione nuova, e mi obbliga a prendere in conto un cambiamento della mia stessa vita per il nuovo contatto con il mio interlocutore. Vuol dire anche che le mie parole sono portatrici «non solo di un'esperienza personale... ma anche di una collettiva», come suggerisce Giannini. Nell'universo che attraversiamo quotidianamente - fatto di contatti rapidissimi, un email fuggente, una telefonata gettata lì tra un panino e un appuntamento, un sms sgrammaticato -, la reciprocità esige invece che questi mezzi, pur se usati nella spesso necessaria rapidità, siano nel contempo attenti alla persona alla quale si indirizza il messaggio. La comunicazione che vuole essere reciproca non può basarsi sulla "cosificazione" dell'interlocutore, del recettore, ma sull'amore che diventa reciproco.
Non a caso il cristianesimo ha da sempre associato l'aggettivo "reciproco" al nome comune "amore", per indicare la riproduzione in terra dell'amore celeste. Ma anche in tutte le grandi religioni la "regola d'oro", in positivo o in negativo, indica proprio la reciprocità come regola dell'umana convivenza, elemento di unità oltre le diverse credenze e le sensibilità lontane le une dalle altre.
Le scienze della comunicazione da tempo considerano la reciprocità come essenziale per l'atto comunicativo, e i modelli più noti la contemplano già. Ma essa è troppo spesso confinata nella freddezza delle relazioni meccaniche, o poco più: più uno, meno uno. Invece la comunicazione della vera reciprocità non può più essere binaria, ma ternaria, perché tra silenzio e parola crea qualcosa di più, un terzo elemento, una terza creazione. La luce. Luce che dà compimento allo stesso binomio silenzio-parola, che è legge prima della comunicazione. Ed ecco di nuovo il nostro tema. Non ci sono ancora modelli teorici che potrebbero spiegare tutto ciò, ma ci si arriverà, ne sono certo, pag. 6).

 Michele Zanzucchi

(Di un modello non si può predicare se è vero o falso; il modello non è la realtà, ma mi aiuta a capirla).


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/6/2008 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Relazione è reciprocità. L’uomo diventa io a contatto con il tu.
post pubblicato in Comunicazione, il 25 maggio 2008

Le linee delle relazioni, nei loro prolungamenti, si intersecano nel Tu eterno.
Ogni singolo tu è una breccia aperta sul Tu eterno. Per mezzo di ogni singolo tu la parola fondamentale interpella il Tu eterno. Da questa mediazione del tu di ogni essere giunge loro la pienezza e la non pienezza delle relazioni. Il tu innato si realizza in ognuno e in nessuno trova compimento. Trova esclusivamente compimento solo nella relazione immediata con quel Tu, che per essenza non può diventare esso.

*

Quando andiamo per una strada e incontriamo un uomo che ci è venuto incontro e che andava anche lui per quella strada, conosciamo solo il nostro tratto di strada, non il suo; del suo infatti veniamo a conoscenza solo nell’incontro.
Del compiuto processo di relazione conosciamo, per averlo vissuto, il cammino che abbiamo percorso, il nostro tratto di strada. Il resto ci accade, non lo sappiamo. Ci accade nell’incontro. Se ne parliamo come di un qualcosa che è al di là dell’incontro, ne restiamo feriti.
Ciò di cui dobbiamo occuparci, ciò di cui dobbiamo preoccuparci non è l’altra parte, ma la nostra; non è la grazia, ma la volontà. La grazia ci guarda nel momento in cui andiamo verso di lei e ne attendiamo la presenza; ma non è il nostro oggetto.
Il tu viene incontro. Ma sono io che nella relazione immediata gli vado incontro. Così la relazione è essere scelti e scegliere, patire e agire insieme. L’accesso alla relazione non si può insegnare con prescrizioni. Si può solo indicare, tracciando un cerchio che escluda tutto ciò che non lo è.
L’io è indispensabile in ogni relazione, anche in quella più alta, dal momento che essa può avvenire solo tra l’io e il tu. Non si tratta di rinunciare all’io, ma a quel falso istinto di autoaffermazione per cui l’uomo cerca rifugio nel possesso delle cose quando si trova dinanzi all’incerto, evanescente, instabile, invisibile, pericoloso mondo della relazione.

*

Ogni relazione autentica con un essere o un'essenza del mondo è esclusiva. Il suo tu è sciolto, emerso, unico ed è ciò che sta di fronte. Riempie la volta del cielo, non come se non ci fosse null'altro, ma nel senso che tutto il resto vive nella sua luce. Questa sua estensione cosmica è, per tutto il tempo della presenza della relazione, intangibile. Tuttavia appena un tu diventa esso, l'estensione cosmica della relazione sembra un torto fatto al mondo, la sua esclusività un'esclusione dell'universo.

(...)

La relazione perfetta è non escludere nulla, non trascurare nulla, è abbracciare nel tu ogni cosa, tutto il mondo, riconoscere il diritto e la verità del mondo, in modo che nulla sia vicino a Dio, ma anche in modo che tutto sia in Lui.

Buber Martin, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, pag. 111 e ss.


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Simone Weil
post pubblicato in Comunicazione, il 20 maggio 2008

"Le medesime parole possono essere volgari o straordinarie secondo il modo in cui sono pronunciate: E quel modo dipende dalla profondità della regione dell’essere da cui procedono, senza che la volontà vi possa nulla. E, per un meraviglioso accordo, in chi le ascolta, esse toccheranno la medesima regione. Così colui che ascolta può discernere - se ha discernimento - quel che valgono quelle parole".


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DAL MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI PER LA XLII GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
post pubblicato in Comunicazione, il 4 maggio 2008

I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10).


Il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali -
I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla” – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi.

Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere… Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale.

Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo
 . Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla.Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri. Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica
Spe salvi circa l’ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano
. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità.

Non sarebbe doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano “la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore” (ibid.)?
L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni -, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1, 1-3).

Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, “sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).

Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2008, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI


Per la versione integrale puoi consultare il seguente link:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20080124_42nd-world-communications-day_it.html


 

“Nulla ci illumina meglio sul carattere degli uomini quanto sapere cosa trovano ridicolo” Goethe, Massime e Riflessioni
post pubblicato in Comunicazione, il 24 aprile 2008


Ridere è una cosa seria
La risata: una risorsa straordinaria in ogni momento della vita, ovunque vi siano relazioni

Francescato Donata




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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 24/4/2008 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per non dimenticare
post pubblicato in Comunicazione, il 17 aprile 2008


Mi presento: sono il Silenzio
(di Pino Pellegrino)

Per favore.
Lasciatemi, una volta tanto, prendere la parola.
Lo so che è paradossale che il silenzio parli.
E' contrario al mio carattere schivo e riservato.
Però sento il dovere di parlare:
voi uomini non mi conoscete abbastanza!
Ecco, quindi, qualcosa di me.
Intanto le mie origini sono
assolutamente nobili.
Prima che il mondo fosse,
tutto era silenzio.
Non un silenzio vuoto,
no, ma traboccante
.
Così traboccante che
una parola sola detta dentro di me
ha fatto tutto!
Poi, però, ho dovuto fare i conti
con una lama invisibile
che mi taglia dentro: il rumore!
Ebbene lasciate che ve lo dica subito:
non immaginate cosa perdete ferendomi!
Il baccano non vi dà mai una mano!
Io, invece, sì.
Io sono un'officina
nella quale si fabbricano
le idee più profonde,
dove si costruiscono
le parole che fanno succedere qualcosa
.
Io sono come l'uovo del cardellino:
la custodia del cantare e del volare.
Simpatico, no?
Io segno i momenti più belli della vita:
quello dei nove mesi,
quello delle coccole,
quello dello sguardo degli innamorati...
Segno anche i momenti più seri:
i momenti del dolore,
della sofferenza, della morte.
No, non mi sto elogiando,
ma dicendo la pura verità.
Io mi inerpico sulle vette
ove nidificano le aquile.
Io scendo negli abissi degli oceani.
Io vado a contare le stelle...
Io vi regalo momenti di pace,
di stupore, di meraviglia.
Io sono il sentiero che conduce
al paese dell'anima.
Sono il trampolino di lancio
della preghiera.
Sono, addirittura,
il recinto di Dio!
Ecco qualcosa di me.
Scusatemi se
ho interrotto i vostri rumori
e le vostre chiacchiere.
Prima di lasciarci, però,
permettete che riassuma tutto
in sole quattro parole:
Custoditemi e sarete custoditi!
Proteggetemi e sarete protetti!
Dal vostro primo alleato
Il Silenzio




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 17/4/2008 alle 20:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Saper "ben ascoltare"
post pubblicato in Comunicazione, il 31 marzo 2008

Saper "ben ascoltare" è un’abilità indispensabile ai medici, ai manager, senza dubbio, agli addetti alle vendite. Ma importante rimane anche al di fuori dell’ambito propriamente professionale, si pensi alle relazioni amicali, familiari, ecc. L’ascolto corretto è una capacità che può portare ad aprire la mente a nuove idee, soluzioni, e, certamente, consente l’arricchimento della persona. Da studi statistici è stato rilevato che, nei processi di comunicazione, la maggior parte del tempo viene dedicata all'ascolto.
Ogni uomo è interlocutore infinite volte, dal primo all’ultimo giorno della sua vita. Dipende da ciascuno scegliere quale contenuto e quale forma dare agli incontri con i suoi simili.

SENTIRE E ASCOLTARE

Chi pensa che l’ascolto sia un’operazione passiva e per nulla impegnativa confonde ascoltare con sentire.
Sentire è un fatto che si esaurisce nell’ambito fisiologico della funzione uditiva; è sufficiente che l’apparato uditivo funzioni regolarmente e si sente. E’ un fatto sensorio che richiede attività cerebrale, d’accordo, come tutte le funzioni sensorie: vista, tatto, olfatto…; ma in esso l’aspetto, il meccanismo fisiologico – la stimolazione, la trasmissione e la recezione dello stimolo, la risposta o reazione – è prevalente, quasi esclusivo. Basta una tenue attività di coscienza, una leggera presenza a se stessi e al mondo, per sentire: “ti ho sentito aprire la porta”, “ho sentito suonare”, “come si sente il rumore della strada”. La soglia di coscienza vigile richiesta è così bassa che quasi confina con la passività; è sufficiente essere appena svegli per sentire.
Nell’ascoltare c’è tutto questo; non si ascolta se l’udito non funziona in modo corretto; ma c’è di più sia in ciò che chiede sia in ciò che dà. Non si può ascoltare senza sentire, ma si può sentire senza ascoltare.

Come si configura tecnicamente un corretto ascolto? Le disposizioni interiori (rispetto, fiducia, empatia…) sono la sostanza viva, l’anima dell’ascolto; ma come si traducono nella concretezza della presenza ascoltante?
La comunicazione, verbale o scritta, di conseguenza l’ascolto e la lettura, hanno a che fare col tempo. Parlare e ascoltare, come scrivere e leggere, sono operazioni che richiedono tempo, consumano tempo. L’ascolto richiede tempo, tanto che si dice stare o rimanere in ascolto.
Ascoltare, dunque, è innanzitutto lasciar parlare. Dare tempo all’interlocutore di esporre nella misura e nel modo che ritiene opportuno il suo pensiero e il suo stato d’animo. E’ incredibile quanto questo sia arduo, sempre.
L’ascolto è volontà di contatto, di cattura dei significati palesi ed impliciti, detti e non detti, nella misura più estesa e profonda possibile. Il vero ascoltatore esige di perforare la superficialità, portarsi al di là, fino all’interiorità. Se l’interiorità è assente un vero ascolto non è possibile.
Ascoltare è voler capire.
Un corretto ascoltatore non ha paura di percorrere fino in fondo il cammino che porta alla comprensione facendo tacere dentro di sé l’interferenza di sentimenti nefasti quali la presunzione, la gelosia, il bisogno di difesa, il desiderio di prevalere o di provocare. Egli, per esempio, non ha paura di riconoscere che ciò che ascolta è migliore di ciò che pensa e di lasciarsi persuadere; non ha bisogno di vittorie perché la consistenza necessaria la porta dentro di sé e non la fa dipendere dall’approvazione altrui o da successi fittizi; egli pone il colloquio nei termini di vero e di bene da chiunque vengano proposti.
Un ascolto corretto sa fare un uso ponderato delle pause di silenzio. Rispettare le pause di silenzio è lasciarle a disposizione di colui che parla perché possa raccogliersi, sentire se stesso, rivivere quanto narra, riposarsi dalla tensione emotiva, richiamare alla memoria quanto desidera esporre, riassettare i suoi pensieri, ordinarli, verificare se il comportamento di colui che lo ascolta presenta sempre l’attenzione e l’empatia necessaria.
Ascoltare è centrare la comunicazione sul tu.

Colombero Giuseppe.

Centrando la comunicazione sul tu ci si mette in condizione di "ascoltare efficacemente", cercando di entrare nei panni del nostro interlocutore e condividendo, così, per quello che è umanamente possibile, il materiale narrativo a disposizione. Attenzione: da questa modalità è, chiaramente, escluso il giudizio.


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 31/3/2008 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
La zuccheriera
post pubblicato in Comunicazione, il 21 marzo 2008

La piccola cura (purchè non sia l'unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto d'amore domestico.
L'amore è grande, ma è fatto di cose piccole.
Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l'altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d'amore.
Ha ragione Enrico Peyeretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che "l'amore è grande, ma è fatto di cose piccole". La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità.
Io, però, vorrei ora mettere l'accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato:"purchè non sia l'unica" (la piccola cura che alimenta l'amore). Sì, perchè spesso nella coppia, nella famiglia, nell'amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all'intuizione dell'altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perchè si è avuta la pigrizia o il pudore di non dire all'altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l'amore perché, come diceva Ungaretti, "il vero amore è una quiete accesa"
(nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente.
Gianfranco Ravasi, Mattutino


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 21/3/2008 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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