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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
GRANDEZZA NELLA MODESTIA
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 19 marzo 2009

 Avrei desiderato molto scrivere, anche soltanto poche parole, per ricordare San Giuseppe.
Ieri non ci sono riuscita e oggi credo che ugualmente non mi sarà possibile. E' un santo talmente super ha - detto qualcuno -  temo che se producessi di fretta anche pochi pensieri rischirei davvero di sciupare la grandezza di quest'uomo scelto da Dio come padre di Suo Figlio.
Non voglio però che in questo blog non si crei nemmeno un piccolo spazio per i festeggiamenti.
Ho pensato, allora, di fare in questo mòdo.
In tanti hanno scritto meditando con calma sulla figura del papà putativo di Gesù.
Riporto dunque parti dei brani che ho letto, spero che alcuni, nella migliore delle ipotesi tutti, possano risultare interessanti anche per voi che passerete di qua in questi giorni.
Ringrazio gli autori per la disponibilità.




Diciannove marzo: festa di San Giuseppe. Come non ricordarne la figura, ma sotto quale aspetto? Di padre esemplare in questa nostra epoca in cui persino il ruolo di padre è difficile? Di sposo? Di cittadino leale? Di lavoratore e leader dei lavoratori? Di perseguitato politico? Di profugo?Di "uomo giusto" e uomo che sa governare?
Tanta grandezza, tanta modestia... Apparentemente, nemmeno Gesù, che tanto gli deve, lo nomina al primo posto. Di Giovanni Battista dice: Fra i nati di donna, lui il più grande... E Giuseppe sarebbe dopo il Battista? Forse, la grandezza di Giuseppe è tale, che nemmeno Gesù trova parole per catalogarlo, il più grande della serie agli occhi di Dio. Forse Gesù non lo fa, perché lo giudica fuori catalogo, anche nell'ordine soprannaturale, e lo dà scontato per quel che ne dice il vangelo. Se mentre esaltava il Battista qualcuno avesse chiesto a Gesù: E Giuseppe di Nazareth dove lo metti?, avrebbe risposto: Giuseppe? Quello è un "supersanto", un "fuoriserie".
Un uomo che, tra l'altro, iniziò pacificamente la rivoluzione operaia ed ebbe nella sua bottega, come apprendista, Gesù? In un'epoca come la nostra nella quale la questione operaia è epicentro della vita politica e sociale? Quella bottega di Nazareth proprietà di Giuseppe; che quando il giovane apprendista, l'erede figlio del fabbro, ebbe imparato l'arte del legno, ne chiuse l'esercizio con nostalgia per mettersi a ricostruire l'uomo!
Uomo Giusto, lo definisce il vangelo; cioè di buon senso; la dote più abbondante tra gli uomini - a giudicare dalla domanda - afferma Cartesio nel discorso sul Metodo-; e invece la più scarseggiante (giacché, grande richiesta di più salute, più quattrini, più successo; della merce del buon senso, non c'e richiesta, ritenendo tutti di averne a iosa). Uomo giusto con Dio e con gli uomini.
Sì, quei sogni, quei messaggi angelici... Ma il suo fiuto politico, le sue tempestive intuizioni che gli permettevano di avvertire in anticipo le mosse violente di un Erode geloso di potere; e beffarlo, mettendo in salvo nottetempo il Bambino con la fuga in Egitto! Giuseppe il profugo, potremmo dirlo nel dramma di attualità, invocandone l'aiuto in questi giorni di insicurezza, di scompiglio, di mobilità territoriale: giorni di fuggiaschi...

Carlo Cremona


Sposo di colei che sarebbe stata Madre del Verbo fatto carne, Giuseppe è stato prescelto come “guardiano della parola”. Eppure non ci è giunta nessuna sua parola: ha servito in silenzio, obbedendo al Verbo, a lui rivelato dagli angeli in sogno, e, in seguito, nella realtà, dalle parole e dalla vita stessa di Gesù.
Anche il suo consenso, come quello di Maria, esigeva una totale sottomissione dello spirito e della volontà. Giuseppe ha creduto a quello che Dio ha detto; ha fatto quello che Dio ha detto. La sua vocazione è stata di dare a Gesù tutto ciò che può dare un padre umano: l’amore, la protezione, il nome, una casa.
La sua obbedienza a Dio comprendeva l’obbedienza all’autorità legale. E fu proprio essa a far sì che andasse con la giovane sposa a Betlemme e a determinare, quindi, il luogo dell’Incarnazione. Dio fatto uomo fu iscritto sul registro del censimento, voluto da Cesare Augusto, come figlio di Giuseppe. Più tardi, la gioia di ritrovare Gesù nel Tempio in Giuseppe fu diminuita dal suo rendersi conto che il Bambino doveva compiere una missione per il suo vero Padre: egli era soltanto il padre adottivo. Ma, accettando la volontà del Padre, Giuseppe diventò più simile al Padre, e Dio, il Figlio, gli fu sottomesso. Il Verbo, con lui al momento della sua morte, donò la vita per Giuseppe e per tutta l’umanità. La vita di Giuseppe fu offerta al Verbo, mentre la sola parola che egli affida a noi è la sua vita.
(da: www.lachiesa.it)



Un tempo anche da noi le botteghe degli artigiani erano il ritrovo feriale degli umili, vi si parlava di tutto, di affari, di donne, di amori, delle stagioni, della vita, della morte. Il tempo passava così lento, ma forse era proprio questa lusinga di eternità a rendere preziosa un’opera di artigianato. Le cose nascevano perciò lentamente e con i tratti di una fisionomia irripetibile. Oggi purtroppo qui da noi di botteghe artigiane ne sono rimaste veramente poche. Al loro posto sono subentrate le grandi aziende di consumo: non si genera più, o meglio si concepisce solo l’archetipo, ma senza passione e con molto calcolo. Ed eccoli lì, allineati, questi elegantissimi mostriciattoli dalla vita breve, belli, ma senz’anima, perfetti, ma senza identità, lucidi, ma indistinti. Non parlano perché non sono frutto di amore, non vibrano, perché nelle loro vene non ci sono più i fremiti del tempo prigioniero. Questo è forse il sacrilegio più grave della nostra civiltà. La distruzione del tempo, e col tempo dell’amore, della fantasia, della bellezza, dell’arte. Abbiamo creduto che per fare un tavolo sia sufficiente il legno! Riusciamo pure ad ammettere che per fare il legno ci vuole l’albero, e che per fare l’albero ci vuole il seme. E perfino che per fare il seme ci vuole il fiore. Ma non abbiamo più il coraggio di concludere che per fare un tavolo ci vuole un fiore! E lo lasciamo dire solo ai poeti! Ma se oggi qui da noi di botteghe artigiane è rimasto solo qualche nostalgico scampolo, non è tanto perché non si genera più, quanto perché ormai non si ripara più nulla. Da noi non si usa più! Quando un oggetto si è anche leggermente incrinato nella sua funzionalità, lo si mette da parte senza appello. La nostra la chiamiamo perciò la civiltà dell’usa e getta! Al televisore che sta in cucina si è fulminato un relè, niente paura! Viene messo da parte e sostituito con un altro che ha il video registratore incorporato. Al soprabito di velluto si è scucita la fodera? A un paio di sandali si è staccata la fibbia? Non vale la spesa ripararli! Porta via al macero, senza scrupoli.” “Ma se oggi qui da noi le botteghe artigiane sono pressoché sparite non è solo perché non si genera più e neppure perché non si ripara più nulla. È perché non c’è più tempo per la carezza. Oggi purtroppo da noi, non si carezza più, si consuma solo. Le mani incapaci di dono, sono divenute artigli, gli occhi prosciugati di lacrime ed inabili alla contemplazione, si sono fatti rapaci, il dogma dell’usa e getta è divenuto il cardine di un cinico sistema. Perciò si violenta tutto! E non soltanto le cose Ma anche le persone!

 

Mio caro San Giuseppe, io sono venuto qui, soprattutto per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù, e come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la vita.E ti dico subito che la formula di condivisione espressa da te, come marito di una vergine, la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo, e lo stile di servizio messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre così incuriosito, che ora non solo vorrei saperne qualcosa di più, ma mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano trasferibili nella nostra società dell’usa e getta.Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga?
O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi?
È la notte tu hai intriso il cuscino con lacrime di felicità.
E la tua amica, la tua bella si è alzata davvero, è venuta sulla strada, facendoti trasalire, ti ha preso la mano nella sua e mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava.
Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio e di dimenticarla per sempre.
Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.
Penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto in te e in lei.

 Salmo 100

Non sono un uomo ambizioso, Signore,
non faccio lo sbruffone
che si atteggia a persona intelligente
e vuol sempre avere l’ultima parola.

Non mi interessa diventare uno che conta
per entrare nel giro della gente bene.
Non ho grandi progetti per il futuro,
conduco una vita semplice.

Così si è fatta pace nel mio cuore,
la serenità convive col mio spirito;
finalmente ho trovato ristoro
dalla ansie e fatiche del vivere.

 ps. se ho  ben inteso gli ultimi scritti appartengono a don Tonino Bello.,
Trovate tutto per esteso ed ulteriori precisazioni sul sito qumran2.net sezione testi




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Avere o essere? Per dirla con Marx: ricco è l’uomo che è molto, non l’uomo che ha molto!
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 21 giugno 2008


E’ nell’essenza della modalità dell’avere voler possedere sempre di più: ciò conduce inevitabilmente a un conflitto con gli altri, tanto tra individui all’interno di una compagine sociale, quanto nell’ambito internazionale tra i diversi paesi.

[…]

Chi si impegna per una vita orientata all’«essere» sceglie l’autentica dimensione umana, sceglie di rinnovarsi, crescere, «prestare attenzione», dare, trascendere il carcere dell’egoismo.

Erich Fromm, L’arte di vivere, a cura di Rainer Funk, 2006, Oscar Mondadori, p. 39, 65.

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Prima intervista a Dio di una ragazza e di un ragazzo
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 11 giugno 2008

 

Hai un attimo?




Credevo fosse difficile parlare con Dio.
Macché! E’ la cosa più facile e bella del mondo.
E’ il tuo momento!
Momento per fare cosa?
Semplice per fare domande.
Attento però. Le tue domande non sono rivolte a uno qualunque, ma,
nientemeno, che a Dio. Niente paura! 
 

Io: Perché ti chiami “Dio”? Non ho mai capito cosa significa questo nome.
Dio: Mi chiamo Dio perché siete voi che mi avete chiamato così! Ed avete fatto benissimo.
Difatti gli studiosi dicono che la parola “DiosignificaLuce”. Io sono come la luce; sono come il sole: regalo splendore e calore a tutto. Insomma, Dio è proprio un bel nome: un nome luminoso!

[…]

Dio: A proposito di intervista, però, non farmi domande troppo difficili, parliamo di qualcosa di allegro!

[…]

Io: Hai ragione. Allora, dimmi se anche tu sei un tifoso.
Dio: No e sì. No, perché non tifo per nessuna squadra in particolare: difatti faccio sorgere il sole su tutti i campi di calcio e di tennis, su tutte le piste di Formula 1. Sì, perché mi piacciono tanto i tifosi. Io tifo per i veri tifosi. I tifosi sono pieni di speranza che la loro squadra vinca sempre, e sono innamorati dei loro beniamini. Adesso hai capito perché tifo per i tifosi: perché io ho una simpatia speciale per quelli che non smettono mai di sperare e di amare.

[…]

Io: Visto che sei in vena di confidenze, posso domandarti qual è la stagione che preferisci?
Dio: Forse aspetteresti che ti dica l’estate o la primavera; invece preferisco l’inverno.
Certo, amo anche la primavera che fa scoppiare di vita la terra intera (io sono per la vita, non per la morte), amo anche l’estate perché è calda e luminosa (io sono per la luce, come ti ho detto poco fa); però preferisco l’inverno. Lo preferisco non perché è freddo, ma perché porta due cose che io adoro: porta il bianco della neve e il silenzio delle cose.

Io: Dimmi francamente cosa pensi di me?
Dio: Ti rispondo con un esempio. Tu sai che il pianoforte ha 88 tasti e poi finiscono. Eppure quanta musica produce! La tua tastiera invece, è quasi infinita: hai un cervello, hai un cuore che sono una miniera inesauribile. Ti ho fatto come un prodigio!
Non c’è musica che non possa suonare.
Basta che voglia! Ecco cosa penso di te: tutto il bene e tutto il bello possibile
.
Non deludermi. Non vivere da sottosviluppato!

[…]

Io: Preferisci le cose piccole o le cose grandi?
Dio: Preferisco le cose piccole. Sono le cose piccole che fanno le grandi. Il proverbio africano è molto giusto: “Quando le formiche si mettono d’accordo, spostano l’elefante”.
Allora, non sprecare mai il piccolo! Una volta Schumacher, il grande pilota di Formula 1, per soli 19 millesimi di secondo, non è riuscito a portare la sua Ferrari in pole position.

[…]

Io: Ti faccio una domanda impegnativa: perché nessuno riesce a capirti?
Dio: Nessuno riesce a capirmi, proprio perché sono Dio: se potessi essere capito fino in fondo non sarei più Dio. Domandarmi perché sono difficile da capire, è come domandare perché l’acqua è bagnata! L’acqua non può non essere bagnata: così io dato che sono Dio, sono infinito da tutte le parti e quindi non posso essere capito. Se un cammello non può passare in una grondaia, pensa un po’ se io poso entrare tutto in un cervello d’uomo, sia pure molto sveglio come il tuo!

Io: Grazie! Sei davvero gentile! Allora, per favore, dimmi qual è il massimo che ci puoi svelare di te?
Dio: Il massimo che posso dirvi è questo: io non sono un solitario, ma sono una famiglia: Padre – Figlio – Spirito Santo. Una famiglia fatta, appunto di queste tre persone che si parlano sempre e si amano sempre. Si amano così tanto che sembra che l’una si fonda nell’altra!

Io: Qui siamo, di nuovo, nel difficile.
Dio: Hai ragione. Qualche volta devi avere un po’ di pazienza con me e con quelli che parlano di me: i sacerdoti, i catechisti. Il loro non è un lavoro facile: devono parlare di cose che sono molto, molto più alte di tutte le teste umane. Però se ciò che ti dicono è troppo difficile, lascia stare tutto e ricordati di questa sola cosa: io sono Amore –Vivo. Amore che fuoriesce da tutti i pori e che arriva a tutti per abbracciare tutti. A Dio piace un mondo abbracciare il mondo!

Io: Quali sono le due cose che ti assomigliano di più, in terra?
Dio: Le due cose che mi assomigliano di più sono l’acqua e la perla. Io sono semplice come l’acqua; sono nascosto e prezioso coma la perla.

[…]

Io: Qual è la tentazione più grande nella vita?
Dio: Apri bene le orecchie: la tentazione più grande è accontentarsi di poco. E’ la tentazione di accontentarti del giudizio “appena sufficiente”.

[…]

Io: Grazie, buon Dio. Sei davvero straordinario!
Dio: Non c’è di che! Per me essere straordinario è ordinario. Ciao carissima! Ciao, carissimo! Dio ti benedica. Ma che dico? Dio sono io! Abbi pazienza, ma quando si incontra una ragazza, un ragazzo bravo come te, anche Dio perde la testa.

                                                                

                    Grazie!


Hai visto come è simpatico intervistare Dio?
L’intervista, però, non è finita.
Adesso continua tu!
Prendi dal cuore e dal cervello tutte le domande possibili.
Per avere risposte, bisogna fare domande!
Insomma, coraggio!
Avanti tutta!

Pellegrino Pino, Cravero Elena, Hai un attimo? Prima intervista a Dio di una ragazza e di un ragazzo, 1998, Elledici, p. 7, 9, 27, ss.




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Se tu conoscessi il dono di Dio! (Gv 4, 10)
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 5 giugno 2008

Agostino, dopo la morte del padre, lontano dalla mamma, si smarrì nella strada del vizio: ingannato, illuso diventato pazzo per i piaceri, peccava, mangiava solo il pane del mondo, ma sentiva una fame terribile. E la madre piangeva e pregava per il figlio che non era cristiano e si portava male.

Finalmente il giorno venne. Agostino, disgustato dai piaceri del mondo, sentì vuoto e rimorso e cercò avidamente il pane dell’anima.

Lesse e studiò le Lettere di S. Paolo e salì il monte della verità, giunse alla vetta più alta. Col suo genio seppe penetrare nel Cuore di Gesù e lo conobbe, re e centro di tutti i cuori; e si rivolse a Dio con preghiere ardenti: O amore che sempre ardi e mai ti consumi, o Carità, o Dio mio, infiammami!.


Questa è la felicità: godere in te, di te, per te, questa è la vera felicità, nessun altra (S. Agostino, Le Confessioni: 10, 29-22). La sua mamma non pianse più, ma ringraziò Dio perché il figlio era convertito. Agostino fu santo, asceta, penitente, fu vescovo di Ippona, benefattore del suo popolo, scrittore di opere sublimi. Morì a 76 anni, nel 430.

Cardarelli Evaristo, Mese del Sacro Cuore, Meditazioni, Esempi – Preghiere, 1997, Edizioni Cantagalli, Siena, 5 giugno, p. 16

Giovanni Blu
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 18 maggio 2008

Giovanni ha i capelli corti. La madre lo porta dal barbiere una volta al mese, da quando era bambino, perché aveva avuto i pidocchi. Da quel periodo in poi è diventato un appuntamento fisso, e guai a sgarrare di un giorno.
I suoi capelli non devono superare la lunghezza di un centimetro.
E’ gentile, molto riservato, e come tutti i pazienti affetti da autismo vive in uno stato di totale isolamento dall’ambiente esterno. E’ chiuso a chiave nel suo mondo interiore.
Una delle caratteristiche di Giovanni è il desiderio ossessivo di mantenere immutabile l’ambiente intorno a sé, è maniaco dell’ordine, della precisione. Ha un modo ripetitivo nell’eseguire azioni banali come vestirsi o mangiare.
Giovanni sembra imprigionato in una serie di regole autoimposte, regole che lo tranquillizzano e lo rendono sicuro di non sbagliare. Prima di sedersi a tavola per il pranzo e la cena si lava le mani sei volte. Le sue cose nella stanza devono avere una loro collocazione precisa. Ed è molto pericoloso spostarle, anche di un millimetro.
Tutti lo sanno e si comportano, facendo attenzione a non oltrepassare i confini immaginari della sua realtà.
Queste regole sono tutto ciò che ha.
A Giovanni piace disegnare, passa ore e ore chino sul tavolo della sala. Quando disegna sembra totalmente immerso nella sua fantasia e non risponde ad alcuno stimolo esterno, una parola, una voce, un semplice rumore. Chino sul suo foglio, con gli occhialoni spessi come fondi di bottiglia che, per il peso, quasi gli scivolano. Si vanno ad aggrappare alla punta del suo naso.
A volte, dopo aver tracciato una linea, accarezza con la mano sinistra il foglio, come a volergli dare un’anima, renderla “reale”. Forse quello che Giovanni disegna sul foglio, nella sua mente prende vita. Disegna paesaggi, con le case in basso e qualche piccola collina verde sullo sfondo. Disegni fatti bene, curati nei minimi dettagli. Il resto del foglio è tutto colorato di blu. «E’ il cielo!» mi dice tutto contento. «E’ il cielo! »
Già, il cielo. Ecco a cosa servono quei pennarelli blu che sono andato a comprare.
Giovanni è capace di consumare un pennarello blu al giorno, riempiendo con estrema cura ogni minimo spazio del foglio. Spesso non riesce a concludere la sua opera perché il pennarello blu gli muore nella mano. E lui, sembra morire con quel pennarello.
In quei casi non c’è modo di farlo alzare dalla sedia. Resta come inchiodato, con lo sguardo perso nel vuoto. Un vuoto che profuma di dolore. Diventa pallido, comincia a sudare freddo, entra in uno stato di panico quieto. Sembra una crisi d’astinenza.
Per sdrammatizzare gli dico: «Giova’, lasciali bianchi quegli spazi che ti sono rimasti! Potrebbero essere le nuvole, no? Nel cielo ci sono pure le nuvole».
Lui si gira verso di me con le lacrime agli occhi e dice: «Quando c’è le nuvole, vuol dire che piove…Qui non deve piovere! Non deve piovere mai, se no si bagnano i panni stesi e non si fa in tempo a ritirarli…».
Non si sarebbe schiodato da quella sedia per nessuna ragione al mondo: «Devo finire il cielo, devo finire il cielo, devo finire il cielo…» ripete come una specie di robot.
E’ snervante, ma so che non si tratta di un capriccio da bambini viziati. E’ una cosa vitale. Allora mi precipito a comprargli i pennarelli blu, e al mio ritorno lo trovo ancora lì. Immobile, in stand by.
Solo con i pennarelli blu Giovanni può portare a termine il suo disegno, continuare a vivere.
Forse è per questo che ha imparato a fidarsi di me.
Quando torno con i tre pennarelli nuovi in mano, lui aspetta che li appoggi accanto alle sue mani lunghe. Si asciuga quei grossi lacrimoni e torna sereno.
Sereno come quel suo cielo, colorato di blu.

Simone Cristicchi, Centro di Igiene Mentale, 2007, Mondadori, pp. 15-17

(Quello del cantautore Cristicchi, scrivono Massimo Bocchia e Matteo Pelliti, ha la forma di un libro, ma non è esattamente un libro. Piuttosto è un intreccio di viaggi e voci trascritte su carta, una rete di ricordi e testimonianze, il resoconto di molte interviste: insomma è un labirinto lungo migliaia di chilometri dentro cui trovare centinaia di persone. Aggiungono: " tutto il lavoro di raccolta, documentale e filmata, vive nella dimensione dell’’incontro, che poi è la caratteristica più propria dell’arte musicale: mettere in comunicazione mondi, vite, espressioni, sensazioni..." - p. 241 e ss.-)

http://www.youtube.com/watch?v=jXhYn7NmG1s


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Il bandolo della matassa
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 28 aprile 2008

Veniva verso di me con il suo fagotto, una matassa di lana colorata ed un cartoccio di carta di giornale. Per fare il gomitolo occorrevano quattro mani.
Le mie giovani ed inesperte, avevano sempre bisogno di essere istruite sui gesti precisi di quell'arte antica. Le sue, rigate di sapienza, si muovevano veloci e sicure mentre, in silenzio, lasciavo che  mi apprestasse le braccia ed il corpo a quel lavoro nuovo.
Eretta, in piedi, i gomiti piegati ad angolo retto, i polsi tesi a sostenere la matassa. Così rimanevo finché il gomitolo non era pronto, guardando consumarsi tra le mani la matassa, mentre il bandolo, giro dopo giro, avvolgeva il cartoccio.
Senza tendere troppo i polsi. Ma senza rilasciarsi
Ogni volta che, stanca, mi lasciavo andare, la matassa rischiava di intrecciarsi, il bandolo di spezzarsi. Interveniva la voce di mia nonna a riprendermi. E tutto ricominciava.
Il mestiere antico ha bisogno di equilibrio e rettitudine, di leggerezza e maestria.  Sono esclusi gli eccessi, è bandita la disattenzione.
Tutto inizia dall'avere a cuore il manufatto finito, 
ricco di colori e di forme, che non vediamo ma che lì si sta già facendo.
Protagonista di questo gioco è la pazienza dei gesti semplici che guardano lontano e già vedono il tappeto, il vestito, il tessuto che li comprenderà e di cui sono parte.
Come un bandolo inseguito tra gli intrecci delle trame confuse
d'un tratto le districa. Così il centro, il progetto intorno a cui ruota un'intera vita ne riannoda i frammenti.
Il segreto è lì. Tra il rito dei gesti e l'intreccio confuso di trame si nasconde il
disegno di un ricamo, da ricercare e inseguire, la speranza di un tutto a cui appartenere e rispondere.

Insegnare alle giovani generazioni a riconoscere tra mille richiami, il sottile filo rosso capace di legare, in un'antica figura i mille fili di una vita.
Niente altro che un'educazione di questo genere vale la pena di ricevere e
d'impartire. Perché di nient'altro ha bisogno l'uomo di ogni tempo di riconoscere il proprio volto, per comunicare, dentro i frammenti dell'oggi, la speranza di un  progetto a cui tutto tende. (...) Bastano poche cose.
Un cuore attento, un bandolo, una matassa.

(Daniela Storani)




 




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Elogio della ragion pura
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 26 aprile 2008

 
L’uomo: problema da risolvere?

Il primo passo per incamminarsi sulla via della propria umanità lo si compie quando, per intuizione o per razionalizzazione, si scopre se stessi come non ovvi.
Quando l’esperienza della propria “stranezza” – diversità, irrompe nell’esperienza quotidiana della produzione in serie, del modello standard.

(...)

E così è la vita stessa a sollevare il “problema dell’uomo” e a costringere a non sottrarsi al suo confronto[1].

(...)

Chi ha cercato la verità cercando se stesso ci ha indicato che la via dell’uomo all’uomo è innanzitutto quella che passa dal centro di sé perché “Senza le strade interiori dell’anima non è possibile camminare eretti e con dignità sulle strade esteriori del mondo” (Bloch).

A. Chiara Scardicchio,
La vita come paradigma, a cura di V. A. Baldassarre, Ed. del Sud, 1999, pagg. 21, 25.


[1] La riflessione è di J. Gevaert il quale ritiene che questo incontro – scontro con se stessi non sia elitario ma comune “-almeno in qualche modo – nella vita di ogni uomo disponibile e desideroso di autenticità”, dal momento che proprio vivere la propria vita come umana significa viverla, almeno in qualche misura alla presenza di questi interrogativi” tanto che il non porseli è segno di profonda alienazione e di grande inautenticità. Cfr. Gevaert J., Il problema dell’uomo, Ed, Elle di ci, Leumann, 1992, pagg. 8-9, 12.


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L'isola dei sentimenti
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 8 aprile 2008

C'era una volta un'isola, dove vivevano tutti i sentimenti e i valori degli uomini: la Ricchezza, l'Orgoglio, la Tristezza, il Buon Umore, il Sapere... così come tutti gli altri, incluso l'Amore.
Un giorno venne annunciato ai Sentimenti che l'isola stava per sprofondare, allora prepararono tutte le loro navi e partirono. Solo l'Amore volle aspettare fino all'ultimo momento.
Quando l'isola fu sul punto di sprofondare, l'Amore decise di chiedere aiuto.
La Ricchezza passò vicino all'Amore su una barca sfavillante e lussuosa e l'Amore le disse: "Ricchezza, mi puoi portare con te?", rispose: "Non posso, c'è molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te".
L'Amore decise allora di chiedere all'Orgoglio che stava passando su un magnifico vascello: "Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?", "Non ti posso aiutare, Amore...", rispose l'Orgoglio, "qui è tutto ordinato e perfetto, potresti rovinare la mia barca".
L'Amore chiese alla Tristezza che gli passava accanto: "Tristezza ti prego, lasciami venire con te", "Oh amore", rispose la Tristezza "sono così triste che ho assoluto bisogno di stare sola".
Anche il Buon Umore passò di fianco all'Amore, ma era così contento che non sentì la voce dell'Amore che lo stava chiamando.
All'improvviso una voce disse: "Vieni amore, ti prendo con me" Era un vecchio che aveva parlato. L'Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia che dimenticò di chiedere il nome al vecchio. Quando arrivarono sulla terra ferma il vecchio che aveva parlato se ne andò.
L'Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese al Sapere: "Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?", il Sapere rispose: "È stato il Tempo". "Il Tempo?" si domandò l'Amore, "Perché mai il Tempo mi ha aiutato?", il Sapere, con la sua saggezza rispose: "Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l'amore sia importante nella vita".

http://www.qumran2.net/ritagli/ritaglio.pax?id=1599




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