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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
DIALOGO
post pubblicato in Comunicazione, il 9 giugno 2008

Gli ambiti della vita dialogica e fonologica non coincidono con quelli del dialogo e del monologo, neanche, se vi si includono le forme prive di suono e quelle prive di gesti. Non ci sono solo vaste sfere della vita dialogica che non sembrano essere dialogo, c’è anche un dialogo che non è vitale, cioè ha l’apparenza del dialogo, ma non l’essenza. Talvolta sembra addirittura che ne esistano ormai solo di questo tipo.
Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l’intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo su di sé. Come si è detto, la prima specie è diventata rara. La seconda appartiene all’inalienabile patrimonio dell’”esistenza moderna”.
E la terza…
Un dibattito, in cui uno non manifesta i suoi pensieri così come prima li aveva in mente, ma li rende pungenti in modo che possano colpire nel segno con più efficacia, e senza avere presenti come persone gli uomini a cui parla; una conversazione non determinata dal bisogno di comunicare, né di conoscere e neppure dal bisogno di entrare in contatto con qualcuno, ma soltanto dal desiderio di confermare la propria opinione di sé valutando l’effetto del’’impressione prodotta o per rafforzarla se era diventata insicura; un intrattenersi amichevole, in cui ciascuno considera se stesso assoluto e legittimo e l’altro relativo e discutibile; un colloquio d’amore in cui l’uno e l’altro partner gode della propria anima stupenda e della sua preziosa esperienza: quale mondo di illusorie immagini senza volto!
Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare. A vivere nel monologo non è il solitario, ma colui che non è capace di rendere sostanzialmente reale la società all’interno della quale si muove. Colui che vive nel dialogo riceve, nel consueto scorrere delle ore, qualcosa di detto e sente che tocca a lui rispondere; ma anche nel più grande isolamento, per esempio in una passeggiata in montagna senza compagni, non lo abbandona la consapevolezza di ciò che gli sta di fronte, nella varietà delle sue metamorfosi. Colui che vive monologicamente non custodisce l’altro come qualcosa che non è semplicemente lui e con cui tuttavia può comunicare. Per lui solitudine può significare pienezza emergente di volti, di pensieri, ma mai scambio profondo, conquistato in nuove profondità, con il reale inafferrabile.

[…]

Anche nell’estremo abbandono, l’esistenza dialogica riceve un sentore aspro e fortificante della reciprocità; anche nella più affettuosa comunità, l’esistenza fonologica non percepirà nulla al di là dei limiti del proprio io.
Non si deve scambiare quest’opposizione con l’opposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Conosco persone che si dedicano ad “attività sociali” e non hanno mai parlato da essere a essere al loro prossimo; e altre che non hanno alcuna relazione personale oltre quella che hanno con i propri nemici, ma in modo tale che dipende solo dai nemici se questo rapporto non è divenuto dialogo.
Ancor meno si può paragonare il dialogo all’amore. Ma l’amore senza dialogo, quindi senza un reale andare- verso- l’altro, giungere- all’altro, presso -l’altro- rimanere, è l’amore che rimane presso di sé, che ha nome Lucifero.
Certamente, per poter andare verso l’altro, occorre essere stati, essere, presso di sé.
Un dialogo tra semplici individui non è che un abbozzo: solo tra due persone si svolge.
Ma dove un uomo da individuo potrebbe divenire persona così sostanzialmente se non nell’esperienza rigorosa e soave del dialogo, che gli insegna l’illimitato contenuto del limite?

Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, p. 205.



Seguono alcune riflessioni che vogliono essere uno "stimolo" all'apertura del dialogo, sempre, perché il dialogo deve essere un vero e proprio metodo di ricerca nel mondo della comunicazione, come in ogni altra scienza.

Comunicazione, cultura, reciprocità: dove reciprocità sta per dialogo attuale e compiuto
 
"Tra silenzio e parola, la luce della comunicazione" (... "Esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se una comunicazione vera s'instaura, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione perché, se lo scontro divide, l'incontro unisce" , pag. 2; ogni comunicazione è luce, pag. 4;... Reciprocità non vuol dire solo rispondere a un appello, ad un input , ma farlo coscienti che ciò dà il via a una relazione nuova, e mi obbliga a prendere in conto un cambiamento della mia stessa vita per il nuovo contatto con il mio interlocutore. Vuol dire anche che le mie parole sono portatrici «non solo di un'esperienza personale... ma anche di una collettiva», come suggerisce Giannini. Nell'universo che attraversiamo quotidianamente - fatto di contatti rapidissimi, un email fuggente, una telefonata gettata lì tra un panino e un appuntamento, un sms sgrammaticato -, la reciprocità esige invece che questi mezzi, pur se usati nella spesso necessaria rapidità, siano nel contempo attenti alla persona alla quale si indirizza il messaggio. La comunicazione che vuole essere reciproca non può basarsi sulla "cosificazione" dell'interlocutore, del recettore, ma sull'amore che diventa reciproco.
Non a caso il cristianesimo ha da sempre associato l'aggettivo "reciproco" al nome comune "amore", per indicare la riproduzione in terra dell'amore celeste. Ma anche in tutte le grandi religioni la "regola d'oro", in positivo o in negativo, indica proprio la reciprocità come regola dell'umana convivenza, elemento di unità oltre le diverse credenze e le sensibilità lontane le une dalle altre.
Le scienze della comunicazione da tempo considerano la reciprocità come essenziale per l'atto comunicativo, e i modelli più noti la contemplano già. Ma essa è troppo spesso confinata nella freddezza delle relazioni meccaniche, o poco più: più uno, meno uno. Invece la comunicazione della vera reciprocità non può più essere binaria, ma ternaria, perché tra silenzio e parola crea qualcosa di più, un terzo elemento, una terza creazione. La luce. Luce che dà compimento allo stesso binomio silenzio-parola, che è legge prima della comunicazione. Ed ecco di nuovo il nostro tema. Non ci sono ancora modelli teorici che potrebbero spiegare tutto ciò, ma ci si arriverà, ne sono certo, pag. 6).

 Michele Zanzucchi

(Di un modello non si può predicare se è vero o falso; il modello non è la realtà, ma mi aiuta a capirla).


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 9/6/2008 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DAL MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI PER LA XLII GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
post pubblicato in Comunicazione, il 4 maggio 2008

I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10).


Il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali -
I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla” – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi.

Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere… Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale.

Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo
 . Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla.Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri. Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica
Spe salvi circa l’ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano
. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità.

Non sarebbe doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano “la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore” (ibid.)?
L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni -, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1, 1-3).

Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, “sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).

Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2008, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI


Per la versione integrale puoi consultare il seguente link:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20080124_42nd-world-communications-day_it.html


 

Saper "ben ascoltare"
post pubblicato in Comunicazione, il 31 marzo 2008

Saper "ben ascoltare" è un’abilità indispensabile ai medici, ai manager, senza dubbio, agli addetti alle vendite. Ma importante rimane anche al di fuori dell’ambito propriamente professionale, si pensi alle relazioni amicali, familiari, ecc. L’ascolto corretto è una capacità che può portare ad aprire la mente a nuove idee, soluzioni, e, certamente, consente l’arricchimento della persona. Da studi statistici è stato rilevato che, nei processi di comunicazione, la maggior parte del tempo viene dedicata all'ascolto.
Ogni uomo è interlocutore infinite volte, dal primo all’ultimo giorno della sua vita. Dipende da ciascuno scegliere quale contenuto e quale forma dare agli incontri con i suoi simili.

SENTIRE E ASCOLTARE

Chi pensa che l’ascolto sia un’operazione passiva e per nulla impegnativa confonde ascoltare con sentire.
Sentire è un fatto che si esaurisce nell’ambito fisiologico della funzione uditiva; è sufficiente che l’apparato uditivo funzioni regolarmente e si sente. E’ un fatto sensorio che richiede attività cerebrale, d’accordo, come tutte le funzioni sensorie: vista, tatto, olfatto…; ma in esso l’aspetto, il meccanismo fisiologico – la stimolazione, la trasmissione e la recezione dello stimolo, la risposta o reazione – è prevalente, quasi esclusivo. Basta una tenue attività di coscienza, una leggera presenza a se stessi e al mondo, per sentire: “ti ho sentito aprire la porta”, “ho sentito suonare”, “come si sente il rumore della strada”. La soglia di coscienza vigile richiesta è così bassa che quasi confina con la passività; è sufficiente essere appena svegli per sentire.
Nell’ascoltare c’è tutto questo; non si ascolta se l’udito non funziona in modo corretto; ma c’è di più sia in ciò che chiede sia in ciò che dà. Non si può ascoltare senza sentire, ma si può sentire senza ascoltare.

Come si configura tecnicamente un corretto ascolto? Le disposizioni interiori (rispetto, fiducia, empatia…) sono la sostanza viva, l’anima dell’ascolto; ma come si traducono nella concretezza della presenza ascoltante?
La comunicazione, verbale o scritta, di conseguenza l’ascolto e la lettura, hanno a che fare col tempo. Parlare e ascoltare, come scrivere e leggere, sono operazioni che richiedono tempo, consumano tempo. L’ascolto richiede tempo, tanto che si dice stare o rimanere in ascolto.
Ascoltare, dunque, è innanzitutto lasciar parlare. Dare tempo all’interlocutore di esporre nella misura e nel modo che ritiene opportuno il suo pensiero e il suo stato d’animo. E’ incredibile quanto questo sia arduo, sempre.
L’ascolto è volontà di contatto, di cattura dei significati palesi ed impliciti, detti e non detti, nella misura più estesa e profonda possibile. Il vero ascoltatore esige di perforare la superficialità, portarsi al di là, fino all’interiorità. Se l’interiorità è assente un vero ascolto non è possibile.
Ascoltare è voler capire.
Un corretto ascoltatore non ha paura di percorrere fino in fondo il cammino che porta alla comprensione facendo tacere dentro di sé l’interferenza di sentimenti nefasti quali la presunzione, la gelosia, il bisogno di difesa, il desiderio di prevalere o di provocare. Egli, per esempio, non ha paura di riconoscere che ciò che ascolta è migliore di ciò che pensa e di lasciarsi persuadere; non ha bisogno di vittorie perché la consistenza necessaria la porta dentro di sé e non la fa dipendere dall’approvazione altrui o da successi fittizi; egli pone il colloquio nei termini di vero e di bene da chiunque vengano proposti.
Un ascolto corretto sa fare un uso ponderato delle pause di silenzio. Rispettare le pause di silenzio è lasciarle a disposizione di colui che parla perché possa raccogliersi, sentire se stesso, rivivere quanto narra, riposarsi dalla tensione emotiva, richiamare alla memoria quanto desidera esporre, riassettare i suoi pensieri, ordinarli, verificare se il comportamento di colui che lo ascolta presenta sempre l’attenzione e l’empatia necessaria.
Ascoltare è centrare la comunicazione sul tu.

Colombero Giuseppe.

Centrando la comunicazione sul tu ci si mette in condizione di "ascoltare efficacemente", cercando di entrare nei panni del nostro interlocutore e condividendo, così, per quello che è umanamente possibile, il materiale narrativo a disposizione. Attenzione: da questa modalità è, chiaramente, escluso il giudizio.


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 31/3/2008 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
La zuccheriera
post pubblicato in Comunicazione, il 21 marzo 2008

La piccola cura (purchè non sia l'unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto d'amore domestico.
L'amore è grande, ma è fatto di cose piccole.
Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l'altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d'amore.
Ha ragione Enrico Peyeretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che "l'amore è grande, ma è fatto di cose piccole". La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità.
Io, però, vorrei ora mettere l'accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato:"purchè non sia l'unica" (la piccola cura che alimenta l'amore). Sì, perchè spesso nella coppia, nella famiglia, nell'amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all'intuizione dell'altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perchè si è avuta la pigrizia o il pudore di non dire all'altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l'amore perché, come diceva Ungaretti, "il vero amore è una quiete accesa"
(nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente.
Gianfranco Ravasi, Mattutino


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permalink | inviato da Vanna Lo Re il 21/3/2008 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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