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Liberidivolare "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb. 12, 1-2)
Gioisci, figlia di Sion (Sof 3, 14)
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 31 maggio 2008




www.cybermidi.net/midi/files/re10047m.mid

http://www.zshare.net/audio/19197293bbe71a/


Continui la Vergine ad essere
la Stella luminosa della vostra esistenza,
la speranza che vi conduce a "Cristo nostra speranza".

Seguendo l'esempio di Maria,
sappiate dirGli il vostro "sì" incondizionato.

Giovanni Paolo II


http://www.ciberiglesia.net/ftp/pub/musica/espinosa/espinosa-santa_maria_del_camino.mp3




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Pensa
post pubblicato in Lavoro (Dialettica tra diritto e vita), il 30 maggio 2008

Ieri sera ho seguito la trasmissione Porta a Porta, condotta da Bruno Vespa.
Dal dibattito è emerso un dato, probabilmente noto a tutti, relativo al ruolo che oggigiorno gli anziani rivestono nella società italiana. In moltissimi casi sono loro a supportare economicamente le famiglie.
Durante la discussione si è trattato altresì il problema occupazionale giovanile. In particolare un quesito, “Sono bamboccioni i nostri giovani?”, nonostante io abbia colto sia stato formulato bonariamente, mi ha nondimeno lasciata perplessa.
Se davvero si intende essere costruttivi, mi son detta, perché non ci si interroga sulle concrete opportunità che ai giovani vengono offerte anche per evitare, qualora fosse necessario, che possano essere così come si potrebbe essere indotti a credere? E soprattutto quanto tempo dovrà ancora passare, prima che i risultati degli interventi a favore dell’occupazione giovanile possano essere sotto gli occhi di tutti?
La storia personale mi insegna che sono passati quattro anni dal conseguimento della laurea e nonostante io abbia continuato ad investire in formazione a mie spese, ad oggi, non ho ricevuto proposte di lavoro serie.
Ci sono poi donne che purtroppo non hanno più i genitori e se riescono a lavorare, occasionalmente, percepiscono compensi talmente esigui che non consentono loro di sopravvivere dignitosamente.
Queste donne come vorremmo definirle?
La speranza è che le cose possano davvero migliorare per tutti e ciascuno, quanto prima.

Concludo così perché diversamente questo non sarebbe un bel post e ne sarei rammaricata.




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"De Maria numquam satis",
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 28 maggio 2008

recita da secoli una pia antifona. Quanto infatti è stato scritto, poetato, narrato, cantato sulla madre di Gesù! Da Jacopone a Péguy, a Claudel, a Eliot da Dante a Lope de Vega, a Bernanos, a Hopkins; da Petrarca a Turoldo. Per non parlare dei santi (Bonaventura, Bernardo, Bernardino) e degli oscuri o anonimi, che con ingenuità, rozzezza o retorica hanno invaso di lodi la "Donna del Paradiso". Eppure non basta («numquam satis»), non basterà mai. Così è stato, incontenibilmente, anche per Tonino Bello, vescovo di Molfetta. 
Ci offre 31 capitoletti - Maria, donna dei nostri giorni - :


Maria, donna feriale Maria, donna del pane Maria, donna del popolo
Maria, donna senza retorica Maria, donna di frontiera Maria, donna che conosce la danza
Maria, donna dell'attesa Maria, donna coraggiosa Maria, donna del Sabato santo
Maria, donna innamorata Maria, donna in cammino Maria, donna del terzo giorno
Maria, donna gestante Maria, donna del riposo Maria, donna conviviale
Maria, donna accogliente Maria, donna del vino nuovo Maria, donna del piano superiore
Maria, donna del primo passo Maria, donna del silenzio Maria, donna bellissima
Maria, donna missionaria Maria, donna obbediente Maria, donna elegante
Maria, donna di parte Maria, donna di servizio Maria, donna dei nostri giorni
Maria, donna del primo sguardo Maria, donna vera Maria, donna dell'ultima ora
Santa Maria, compagna di viaggio

Nel parlare di Maria (anzi, a Maria) l'Autore ha fatto uso dei due attributi di cui lo conosciamo dotato: soavità, tenerezza, stupori di vibrante poeta; ma poi forza, passione, coraggio anticonformista. Virtù, codeste ultime, che più me lo hanno fatto stimare e amare per la generosa baldanza con cui per anni egli ha denunziato e affrontato le infamie della nostra società; le fiacchezze e i ritardi della stessa Chiesa, sulle quote di una protesta non frequente nei nostri pastori; per la sua opzione radicale a favore degli ultimi, l'impegno per la pace e la nonviolenza.

Quali sono i meriti di questo libro, il solo "diritto" d'infoltire la sconfinata produzione mariologica?

L'originalità e l' arditezza, intanto, di certe ipotesi, dentro un "vangelo apocrifo" (ma non inverosimile) della Vergine. Che, ad esempio, lei pure sia andata a deporre il figlio dal legno e gli abbia «composto le membra nella pace della morte». Ma prima che attorno alla croce abbia danzato i suoi «lamenti di madre implorando il ritorno del sole». E - sempre sul tema della Passione - l'altro assunto che Cristo spirando abbia reclinato il capo su quello di Maria e lei «ritta sul patibolo, forse su uno sgabello di pietra», sia diventata così «il suo cuscino di morte». Ancora, quella "Maria, donna del terzo giorno" che avrebbe assistito prima delle altre donne non all’apparizione del Risorto, ma all’evento segretissimo della Risurrezione. E infine l'altra, che esplica un'incontenibile maternità con lo stesso Giuda, nell'uscir di casa per distoglierlo dalla decisione del suicidio e che dopo la deposizione di Gesù va a deporre dall'albero anche lui e gli compone le membra nell'ultima pace. Autentiche "invenzioni" da narratore visionario, o più da ispirato propositore di brevi epiche.

Ma poi in questo scriver libero e svariante l'Autore si apre ad ammaestrativi squarci di catechesi («donaci la certezza che chi obbedisce al Signore non si schianta al suolo, come in un pericoloso spettacolo senza rete, ma cade nelle sue braccia»; in "Maria, donna obbediente"); o - da psicologo - inventa per noi quel santuario alla "Madonna della paura", dove ci rifugeremmo tutti, «perché tutti, come Maria, siamo attraversati da quell'umanissimo sentimento che è il segno più chiaro del nostro limite».

Forse - e per antinomia -la dimestichezza con la Madonna, creatura di mirabili silenzi, ha dotato Tonino Bello di un'eloquenza (e intendo qui un'eloquenza di scrittura) fluida e anche letterariamente magistrale. Si legga, giusto in tema di silenzio, il pezzo di bravura dove sono paesaggisticamente ambientati i "silenzi" di Maria nei suoi appuntamenti con Dio; in "Donna del vino nuovo" quel preambolo sulle botti, le cantine e gli odori del mosto in allacciamento al tema enotrio di Cana; o, infine, nella difficoltà di trascegliere, fra le altre e tante espressive gemme, quella dossologia rivolta a "Maria, donna del Sabato santo". Che prima d'essere un formale gioiello, è per me il profondo messaggio e il più prezioso dono di queste pagine: quel trasmetterci, nel tramite ancora della Vergine, il giubilo della Pasqua, chiamandoci a un quasi dionisiaco ottimismo. «Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d'argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l'Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all'annuncio della Risurrezione? L'angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre i cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli?».

Ed è in quell'ora che Maria a noi figli ripeterà che «non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluja pasquale». Ma in codesto "parlare alto" l'Autore estemporaneamente infiltra un "dir quotidiano" in confidenziale abbandono. Eccolo allora a coinvolgere femminili creature della sua cerchia diocesana (Antonella, Patrizia, Daniela, Rossella) con le loro piccole sorti domestiche, le tribolazioni e letizie messe in parallelo con Maria. Così in quel penultimo capitolo ("Maria, donna dei nostri giorni"), dove la Vergine è quasi surrealmente trasfusa e mimata nelle mille donnucce del lessico familiare e stradale. Contemporanea; vicina di casa, compagna di scuola e di bottega: «molfettese puro sangue». Giacché la virtù forse più singolare del libro è questa d'intarsiare per noi una Madonna fatta di levità e teologali trasparenze, misticamente volitante sulle anime nostre, con le valenze di una creatura pienamente vissuta come noi nel tempo, nel frantume dei giorni, nel destino effimero ma pregnante della propria corporeità e pur anche - sì del proprio apparire e adornarsi.

Allora il Nostro non esiterà a proclamare e a celebrare, come se l'avesse lui vista e goduta, la vocazione alla danza di M aria, la sua femminile bellezza e ancora - con fantasiosi fraseggi - la sua eleganza.

Sulle ali di questi slanci, nelle pulsioni di queste "libertà" ecco che il vescovo, lo scrittore Tonino Bello, ci appare, a lettura conclusa, nella sua aperta dimensione mariologica. Cioè non agiografo; neppure laudese, cantore, nel senso più melico e lirico; e tuttavia penetratore e aruspice, entro sfere psicologiche e inedite, del suo altissimo soggetto. Non "devoto" ma più innamorato, dirò, nella pienezza totalizzante di questo sentire. E in tale castissima "cotta" per Maria egli va umilmente, ludicamente ad affratellarsi a quello straordinario personaggio di Anatole France - Le jongleur de Notre Dame -; il saltimbanco che, fattosi frate, altro culto non volle offrire alla Vergine che il danzare dinanzi alla sua immagine, traducendo in capriole e salti il proprio esuberante amore.

Luigi Cantucci

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/tonino_bello_maria1.htm

Laus gloriae cum Maria
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 27 maggio 2008



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Introdurre Maria nei propri affari
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 26 maggio 2008

Io qualche volta sono preoccupato perché nei confronti della Madonna abbiamo un rapporto un po' di grande rispetto. Difficilmente riusciamo a toglierle di capo il diadema delle dodici stelle per vedere quanto essa è bella a capo scoperto. A capo nudo la Madonna è stupenda ugualmente. Ecco perché io credo non ci possa essere conclusione più bella che prendere questa decisione: di accogliere la Madonna all'interno dei vostri affari. Fatela diventare socia della vostra «Ditta». Tu metti «Ditta Domenico e Maria». È un fatto al quale non ci pensiamo molto.
Io queste cose non è da molto che le sperimento, cioè le vivo. Però la considerazione degli studi, l'ascolto e poi lo stare insieme con gli altri, il sentire certe verità, ti rendono consueto con delle verità che sono straordinarie: pensare la Madonna contemporanea nostra! Alla fine del mese uscirà un libro che ho intitolato «Maria, donna dei nostri giorni», per indicare che era così, come le ragazze che salgono, che vengono a salutarmi. Maria è così: pulitissima nell' animo, che sembrava con i suoi sguardi bruciasse tutte le radici del peccato, della colpa, della cupidigia, che impediva pensieri che non fossero di castità in chi la guardava. Maria è così.
Introducetela nei vostri affari, nei vostri disegni. Introducetela nei vostri pensieri. Fatela diventare non solo coinquilina di casa vostra, ma anche la persona con, cui voi confidate per prima tutti i vostri progetti. E vero!, non ci credete? Parola di uomo. E così.
E poi io credo che quando c'è lei è chiaro che tutto il resto lo consulti con Gesù. Ma diventa spontanea, non diventa artefatta, non diventa carica di addobbi, come succede spesse volte per la nostra vita spirituale, per la nostra pietà. Abbiamo un sacco di addobbi sulle spalle, un sacco di trine, di nastri.
E invece con Gesù, uomo libero, vi sia davvero un rapporto più libero, un rapporto più gioioso, un rapporto più forte.
Non abbiate paura. Il Signore vi benedica e la Madonna vi introduca nei suoi affari.
Don Tonino Bello

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/tonino_bello_lettere3.htm#LUCE%20&%20VITA




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Relazione è reciprocità. L’uomo diventa io a contatto con il tu.
post pubblicato in Comunicazione, il 25 maggio 2008

Le linee delle relazioni, nei loro prolungamenti, si intersecano nel Tu eterno.
Ogni singolo tu è una breccia aperta sul Tu eterno. Per mezzo di ogni singolo tu la parola fondamentale interpella il Tu eterno. Da questa mediazione del tu di ogni essere giunge loro la pienezza e la non pienezza delle relazioni. Il tu innato si realizza in ognuno e in nessuno trova compimento. Trova esclusivamente compimento solo nella relazione immediata con quel Tu, che per essenza non può diventare esso.

*

Quando andiamo per una strada e incontriamo un uomo che ci è venuto incontro e che andava anche lui per quella strada, conosciamo solo il nostro tratto di strada, non il suo; del suo infatti veniamo a conoscenza solo nell’incontro.
Del compiuto processo di relazione conosciamo, per averlo vissuto, il cammino che abbiamo percorso, il nostro tratto di strada. Il resto ci accade, non lo sappiamo. Ci accade nell’incontro. Se ne parliamo come di un qualcosa che è al di là dell’incontro, ne restiamo feriti.
Ciò di cui dobbiamo occuparci, ciò di cui dobbiamo preoccuparci non è l’altra parte, ma la nostra; non è la grazia, ma la volontà. La grazia ci guarda nel momento in cui andiamo verso di lei e ne attendiamo la presenza; ma non è il nostro oggetto.
Il tu viene incontro. Ma sono io che nella relazione immediata gli vado incontro. Così la relazione è essere scelti e scegliere, patire e agire insieme. L’accesso alla relazione non si può insegnare con prescrizioni. Si può solo indicare, tracciando un cerchio che escluda tutto ciò che non lo è.
L’io è indispensabile in ogni relazione, anche in quella più alta, dal momento che essa può avvenire solo tra l’io e il tu. Non si tratta di rinunciare all’io, ma a quel falso istinto di autoaffermazione per cui l’uomo cerca rifugio nel possesso delle cose quando si trova dinanzi all’incerto, evanescente, instabile, invisibile, pericoloso mondo della relazione.

*

Ogni relazione autentica con un essere o un'essenza del mondo è esclusiva. Il suo tu è sciolto, emerso, unico ed è ciò che sta di fronte. Riempie la volta del cielo, non come se non ci fosse null'altro, ma nel senso che tutto il resto vive nella sua luce. Questa sua estensione cosmica è, per tutto il tempo della presenza della relazione, intangibile. Tuttavia appena un tu diventa esso, l'estensione cosmica della relazione sembra un torto fatto al mondo, la sua esclusività un'esclusione dell'universo.

(...)

La relazione perfetta è non escludere nulla, non trascurare nulla, è abbracciare nel tu ogni cosa, tutto il mondo, riconoscere il diritto e la verità del mondo, in modo che nulla sia vicino a Dio, ma anche in modo che tutto sia in Lui.

Buber Martin, Il principio dialogico e altri saggi, 2004, Edizioni San Paolo, pag. 111 e ss.


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Coppa Italia di Calcio 2008: Roma - Inter
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 24 maggio 2008

La Roma, in vantaggio con Mexes al 36', raddoppia al 54' con Perrotta e si aggiudica la sessantesima edizione della Coppa nazionale. 

Per maggiori informazioni:

http://www.datasport.it/leggi.aspx?id=5040592
http://it.eurosport.yahoo.com/24052008/8/coppa-italia-roma-9-successi-come-juve.html



 


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Maria, donna dei nostri giorni
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 23 maggio 2008

Santa Maria, donna dei nostri giorni, vieni ad abitare in mezzo a noi. Tu hai predetto che tutte le generazioni ti avrebbero chiamata beata. Ebbene, tra queste generazioni c'è anche la nostra, che vuole cantarti la sua lode non solo per le cose grandi che il Signore ha fatto in te nel passato, ma anche per le meraviglie che egli continua a operare in te nel presente.
Fa' che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre. Ma come una che, gli stessi problemi, li vive anche lei sulla sua pelle, e ne conosce l'inedita drammaticità, e ne percepisce le sfumature del mutamento, e ne coglie l'alta quota di tribolazione.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, liberaci dal pericolo di pensare che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa siano improponibili oggi per noi, figli di una civiltà che, dopo essersi proclamata postmoderna, postindustriale e postnonsoché, si qualifica anche come postcristiana.
Facci comprendere che la modestia, l'umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono. Sono valori che tengono ancora e che non andranno mai in disuso. Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti l'edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane che ti hanno resa grande agli occhi di Dio.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituita non solo conterranea, ma anche contemporanea di tutti. Prigioniera nello stesso frammento di spazio e di tempo. Nessuno, perciò, può addebitarti distanze generazionali, né gli è lecito sospettare che tu non sia in grado di capire i drammi della nostra epoca.
Mettiti, allora, accanto a noi, e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna: lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l'incertezza del futuro, la paura di non farcela, la solitudine interiore, l'usura dei rapporti, l'instabilità degli affetti, l'educazione difficile dei figli, l'incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo, il capogiro delle tentazioni, la tristezza delle cadute, la noia del peccato...
Facci sentire la tua rassicurante presenza, o coetanea dolcissima di tutti. E non ci sia mai un appello in cui risuoni il nostro nome, nel quale, sotto la stessa lettera alfabetica, non risuoni anche il tuo, e non ti si oda rispondere: «Presente!».

Don Tonino Bello




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Ascolta l'antologia
post pubblicato in Cultura, il 23 maggio 2008

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Famiglia e legge 194 nel dibattito politico
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 22 maggio 2008

Roma, 21. "Il Parlamento affronti i temi delle politiche della famiglia". Questo l'appello lanciato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella lettera affidata al presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, che ne ha dato comunicazione all'assemblea.
Il messaggio è accompagnato dalla petizione sottoscritta da oltre un milione di cittadini, "volta a chiedere che vengano riconosciute alla famiglia agevolazioni, anche fiscali, al fine di facilitare il formarsi di nuovi nuclei familiari e l'adempimento dei relativi compiti". Fini ha spiegato che, nella sua lettera, "il Presidente della Repubblica sottolinea la necessità che il Parlamento affronti i temi delle politiche della famiglia, confidando che, in sede di programmazione dei lavori parlamentari, possa essere assicurato un esame tempestivo delle iniziative legislative che saranno presentate in materia".
Oggi, intanto, il Forum delle associazioni familiari e il Movimento per la vita hanno tenuto una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati per chiedere una revisione della legge 194 sulla tutela della maternità e l'aborto, a trent'anni dalla sua entrata in vigore.

L'Osservatore Romano 22 maggio 2008

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#8



"La vita va sostenuta e incoraggiata, con atti concreti. Il Papa ricorda: «La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo»." 

Famiglia cristiana n. 21 del 25 maggio 2008


 


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All'udienza generale Benedetto XVI parla di Romano il Melode, teologo poeta e compositore
post pubblicato in Cultura, il 22 maggio 2008

Se la fede resta viva
la cultura cristiana non muore

A Romano il Melode, teologo poeta e compositore nato nel 490 in Siria, Benedetto xvi ha dedicato la catechesi all'udienza generale di mercoledì mattina, 21 maggio. Durante l'incontro, svoltosi nell'Aula Paolo vi, il Papa ha sottolineato come questo grande Padre della Chiesa ci ricordi il tesoro della cultura cristiana. "Se la fede rimane viva - ha commentato - anche questa eredità culturale non diventa una cosa morta".

Cari fratelli e sorelle,
nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa, vorrei oggi parlare di una figura poco conosciuta: Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, sant'Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a teologi dell'Occidente, come sant'Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.
Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi l'istruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio i (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo l'episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l'apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo - era la festa della Natività del Signore - Romano si diede a declamare dall'ambone: "Oggi la Vergine partorisce il Trascendente" (Inno "Sulla Natività" i. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).
Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L'omelia era allora, per i fedeli, l'occasione praticamente unica d'istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell'estetica e dell'innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all'ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull'ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.
In Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dell'irmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello (efimnio) per lo più identico per creare l'unità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dell'autore (acrostico), preceduto spesso dall'aggettivo "umile". Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude l'inno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dell'omelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta.
Un esempio significativo ci è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: "Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita? / Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato, / né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi / da metterti le mani addosso contro ogni giustizia". Gesù risponde: "Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non dovrei morire? / Come dunque potrei salvare Adamo?". Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: "Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore: / non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata "piena di grazia"" (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5). Nell'inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: "Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole, / conosciuto questo tuo volere essa mi dirà: / - Se chi ce l'ha dato se lo riprende, perché ce l'ha donato? / [...] - Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me, /e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me" (Il sacrificio di Abramo, 7).
Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama "fonte che non brucia e luce contro le tenebre" e dice: "Io ardisco tenerti in mano come una lampada; / chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare. / Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile" (La Presentazione o Festa dell'incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: "Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca / e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire / sia coerente con le mie parole" (Missione degli Apostoli, 2).
Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione è l'unità dell'azione di Dio nella storia, l'unità tra creazione e storia della salvezza, l'unità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo. Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta l'azione missionaria nel mondo: "[...] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini; / hanno preso la croce di Cristo come una penna, / hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo, / hanno avuto il Verbo come amo acuminato, / come esca è diventata per loro / la carne del Sovrano dell'universo" (La Pentecoste 2; 18).
Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato l'unità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare - del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano - e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. "Era uomo - dice - il Cristo, ma era anche Dio, / non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo" (La Passione 19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.
Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (Le dieci vergini [ii]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il cristiano deve praticare la carità, l'elemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: "[...] dieci vergini possedevan la virtù dell'intatta verginità, / ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto. / Le altre brillarono per le lampade dell'amore per l'umanità, / per questo lo sposo le invitò" (Le dieci Vergini, 1).
Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest'eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica - il gregoriano o Bach o Mozart - è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa "passato", ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all'imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: "Cantate al Signore un canto nuovo". Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l'eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un'unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.

L'Osservatore Romano - 22 maggio 2008

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#1









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Adinolfi e Villaggio
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 21 maggio 2008



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Maria, donna elegante
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 21 maggio 2008

Il Vangelo non dice nulla. Ma i riferimenti biblici che alludono all'eleganza di Maria sono tantissimi.
Basterebbe pensare a quel passo del Cantico dei cantici nel quale la liturgia intravede, come in filigrana, la figura della Madonna che lotta in nostro favore contro le forze del male: «Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?».
Il testo latino dice: «Electa ut sol».
«Electa» vuol dire: elegante. Ha la stessa radice verbale. Elegante come il sole!
Non c'è chi non veda come, di fronte a lei, i modelli disegnati da Valentino sembrano ciarpame, e le creazioni di Giorgio Armani scampoli da rigattieri.
Ma c'è anche l'Apocalisse che riprende gli elementi cosmici del sole, della luna e delle stelle, con cui l'arte di tutti i secoli ha imbastito le cose più leggiadre sull'eleganza di Maria: «Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo, una corona di dodici stelle».
E poco più avanti ricorre un altro celebre testo, che si riferisce, è vero, alla nuova Gerusalemme, ma nel quale la tradizione, attraverso quel gioco di dissolvenze teologiche per cui spesso realtà e segni si scambiano le parti, ha scorto la presenza di lei: «Sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino pura, splendente. La veste di lino sono le opere giuste dei santi».
La Vergine
, quindi, questa anticipazione meravigliosa della Chiesa, scende dal cielo, adorna di monili e palpitante di veli, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. È tutto un inno all'eleganza di Maria.
Una eleganza, chiaramente, da leggere in termini di finezza interiore, e non certo sulla base delle sue frequentazioni presso le «boutiques» di Nazareth o gli «ateliers» di alta moda di Gerusalemme.
Benché, a meditare attentamente il vangelo, non sembrano del tutto fuori posto le allusioni anche all'eleganza fisica di Maria.
Io non so se nell'intimità della casa, dove fioriscono i vezzeggiativi della tenerezza, Gesù si divertisse a chiamare sua madre con i nomi delle piante più profumate, come un giorno avrebbe fatto la Chiesa: rosa di Gerico, giglio delle convalli, cedro del Libano, palma di Cades... C'è da supporre, però, che pensasse proprio a lei, fiore di bellezza, quando un giorno disse alle folle: «Osservate come crescono i gigli del campo... io vi dico che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro».
Come pure, c'è da supporre che pensasse proprio a lei quando disse: «Lucerna del corpo è l'occhio. Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce». In quel momento dovettero balenargli gli occhi di sua madre. Quegli occhi in cui non solo traluceva la trasparenza dell'anima, ma che davano spessore di santità anche all'eleganza del suo corpo.

Santa Maria, donna elegante, dal momento che vestivi così bene, regalaci, ti preghiamo, un po' dei tuoi abiti. Aprici il guardaroba. Abituaci ai tuoi gusti. Lo sai bene, ci riferiamo a quei capi di abbigliamento interiore che adornarono la tua esistenza terrena: la gratitudine, la semplicità, la misura delle parole, la trasparenza, la tenerezza, lo stupore. Ti assicuriamo: sono abiti che non sono ancora passati di moda. Anche se sono troppo grandi per le nostre misure, faremo di tutto per adattarli alla nostra taglia.
Svelaci, ti preghiamo, il segreto della tua linea. Innamoraci del tuo «esprit de finesse». Preservaci da quelle cadute di stile che mettono così spesso a nudo la nostra volgarità. Donaci un ritaglio del tuo velo di sposa. E facci scoprire nello splendore della natura e dell'arte i segni dell'eleganza di Dio.
Santa Maria, donna elegante, liberaci da quello spirito rozzo che ci portiamo dentro, nonostante i vestiti raffinati che ci portiamo addosso, e che esplode tante volte in termini di violenza verbale nei confronti del prossimo.
Come siamo lontani dalla tua eleganza spirituale! Indossiamo abiti con la firma di Trussardi, ma i gesti del rapporto umano rimangono sgraziati. Ci spalmiamo la pelle con i profumi di Versace, ma il volto trasuda ambiguità. Ci mettiamo in bocca i più ricercati dentifrici, ma il linguaggio che ne esce è da trivio. Il vocabolario si è fatto greve. L'insulto è divenuto costume. Le buone creanze sono in ribasso. Anzi, se in certi spettacoli televisivi mancano gli ingredienti del turpiloquio, sembra che cali perfino l'indice di ascolto.
Donaci, perciò, un soprassalto di grazia che compensi le nostre intemperanze. E facci capire che, finché non vedremo in colui che ci sta accanto un volto da scoprire, da contemplare e da accarezzare, le più sofisticate raffinatezze rimarranno sempre formali, e i più costosi abbigliamenti non riusciranno a mascherare la nostra anima di straccioni.

Don Tonino Bello




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Simone Weil
post pubblicato in Comunicazione, il 20 maggio 2008

"Le medesime parole possono essere volgari o straordinarie secondo il modo in cui sono pronunciate: E quel modo dipende dalla profondità della regione dell’essere da cui procedono, senza che la volontà vi possa nulla. E, per un meraviglioso accordo, in chi le ascolta, esse toccheranno la medesima regione. Così colui che ascolta può discernere - se ha discernimento - quel che valgono quelle parole".


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Maria, donna bellissima
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 19 maggio 2008

È vero. Il vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come, del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù.
Forse è meglio. Così a nessuno di noi viene tolta la speranza di sentirsi dire un giorno, magari da un arcangelo di passaggio: «Lo sai che a tua madre e a tuo fratello ti rassomigli tanto?»[1]
Maria, comunque, doveva essere bellissima.
Non parlo solo della sua anima. La quale, senza neppure l'ombra del peccato, era limpida a tal punto che Dio vi si specchiava dentro. Come le montagne eterne che, lì sulle Alpi, si riflettono nella immobile trasparenza dei laghi.
Parlo, anche, del suo corpo di donna. La teologia, quando arriva a questo punto, sembra sorvolare sulla bellezza fisica di lei. La lascia celebrare ai poeti: «Vergine bella, che di sol vestita, coronata di stelle, al sommo Sole piacesti sì che in te sua luce ascose...». La affida alle canzoni degli umili: «Mira il tuo popolo, o bella Signora...». O agli appassionati ritornelli della gente: «Dell'aurora tu sorgi più bella... non vi è stella più bella di te». O al rapido saluto di un'antifona: «Vale, o valde decora». Ciao, bellissima! O alle allusioni liturgiche del «Tota pulchra». Tutta bella sei, o Maria. Sei splendida, cioè, nell'anima e nel corpo! Essa però, la teologia, non va oltre. Non si sbilancia. Tace sulla bellezza umana di Maria. Forse per pudore. Forse perché paga di aver speso tutto speculando sul fascino soprannaturale di lei. Forse perché debitrice a diffidenze non ancora superate circa la funzione salvifica del corpo. Forse perché preoccupata di ridurre l'incanto di lei a dimensioni naturalistiche, o timorosa di dover pagare il dazio ai miti dell'eterno femminile.
Eppure, non dovrebbe essere difficile trovare nel vangelo la spia rivelatrice della bellezza corporea di Maria. C'è una parola greca molto importante, carica di significati misteriosi che non sono stati ancora per intero esplicitati. Questa parola, che fonda sostanzialmente tutta la serie dei privilegi soprannaturali della fanciulla di Nazareth, risuona nel saluto dell'angelo: «Kecharitomène». Viene tradotta con l'espressione «piena di grazia». Ma non potrebbe trovare il suo equivalente in «graziosissima», con allusioni evidenti anche all'incantevole splendore del volto umano di lei?
Credo proprio di sì. E senza forzature. Così come senza forzature Paolo VI, in un celebre discorso del 1975, ha avuto l'ardire di parlare per la prima volta di Maria come «la donna vestita di sole, nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrumani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale».

Santa Maria, donna bellissima, attraverso te vogliamo ringraziare il Signore per il mistero della bellezza. Egli l'ha disseminata qua e là sulla terra, perché, lungo la strada, tenga deste, nel nostro cuore di viandanti, le nostalgie insopprimibili del cielo.
La fa risplendere nella maestà delle vette innevate, nell'assorto silenzio dei boschi, nella forza furente del mare, nel brivido profumato dell'erba, nella pace della sera. Ed è un dono che ci inebria di felicità perché, sia pure per un attimo appena, ci concede di mettere lo sguardo nelle feritoie fugaci che danno sull'eterno.
La fa rifulgere nelle lacrime di un bambino, nell'armonia del corpo di una donna, nell'incanto degli occhi sorridenti e fuggitivi, nel bianco tremore dei vegliardi, nella tacita apparizione di una canoa che scivola sul fiume, nel fremito delle magliette colorate dei corridori che passano veloci in un'alba di maggio. Ed è un dono che ci dispera perché, come ha detto qualcuno, questa ricchezza si gioca e si perde al tavolo verde del tempo.
Santa Maria, donna bellissima, splendida come un plenilunio di primavera, riconciliaci con la bellezza. Tu lo sai che dura poco nelle nostre mani rapaci. Sfiorisce subito sotto i nostri ingordi contatti. Si dissecca improvvisamente al soffio maligno delle nostre roventi cupidigie. Si contamina presto all'urto delle nostre latenti lussurie. Non la sappiamo trattare, insomma. E lo scavo struggente che ci produce nell'anima, invece che avvertirlo come anfora di felicità che ci fa cantare di gioia, lo avvertiamo come ferita inguaribile che ci fa gridare di dolore.
Aiutaci, ti preghiamo, a superare le ambiguità della carne. Liberaci dal nostro spirito rozzo. Donaci un cuore puro come il tuo. Restituiscici ad ansie di incontaminate trasparenze. E toglici la tristezza di dover distogliere gli occhi dalle cose belle della vita, per timore che il fascino dell'effimero ci faccia depistare i passi dai sentieri che portano alle soglie dell'eterno.
Santa Maria, donna bellissima, facci comprendere che sarà la bellezza a salvare il mondo. Non lo preserveranno dalla catastrofe planetaria né la forza del diritto, né la sapienza dei dotti, né la sagacia delle diplomazie. Oggi, purtroppo, nella deriva dei valori, stanno affondando anche le antiche boe che un tempo offrivano ancoraggi stabili alle imbarcazioni in pericolo. Viviamo stagioni crepuscolari.
Però, in questa camera oscura della ragione, c'è ancora una luce che potrà impressionare la pellicola del buon senso: è la luce della bellezza.
È per questo, Santa Vergine Maria, che vogliamo sentire il fascino, sempre benefico, anche del tuo umano splendore, così come sentiamo la lusinga, talvolta ingannatrice, delle creature terrene. Perché la contemplazione della tua santità sovrumana ci aiuta già tanto a preservarci dalla palude. Ma sapere che tu sei bellissima nel corpo, oltre che nell'anima, è per tutti noi motivo di incredibile speranza. E ci fa intuire che ogni bellezza della terra è appena un ruvido seme destinato a fiorire nelle serre di lassù.

Don Tonino Bello



[1] "Un missionario viaggiava su un veloce treno giapponese e occupava il tempo pregando con il breviario aperto. Uno scossone fece scivolare sul pavimento una immaginetta della Madonna.
Un bambino seduto di fronte al missionario si chinò e raccolse l'immagine. Curioso come tutti i bambini, prima di restituirla la guardò.
«Chi è questa bella signora?», chiese al missionario.
«E'... mia madre» rispose il sacerdote, dopo un attimo di esitazione.
Il bambino lo guardò, poi riguardò l'immagine.
«Non le assomigli tanto», disse.
Il missionario sorrise: «Eppure, ti assicuro che
è tutta la vita che cerco di assomigliarle, almeno un po'»."

Bruno Ferrero, Cerchi nell'acqua, Elle Di Ci


 




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Giovanni Blu
post pubblicato in Vicende esistenziali, il 18 maggio 2008

Giovanni ha i capelli corti. La madre lo porta dal barbiere una volta al mese, da quando era bambino, perché aveva avuto i pidocchi. Da quel periodo in poi è diventato un appuntamento fisso, e guai a sgarrare di un giorno.
I suoi capelli non devono superare la lunghezza di un centimetro.
E’ gentile, molto riservato, e come tutti i pazienti affetti da autismo vive in uno stato di totale isolamento dall’ambiente esterno. E’ chiuso a chiave nel suo mondo interiore.
Una delle caratteristiche di Giovanni è il desiderio ossessivo di mantenere immutabile l’ambiente intorno a sé, è maniaco dell’ordine, della precisione. Ha un modo ripetitivo nell’eseguire azioni banali come vestirsi o mangiare.
Giovanni sembra imprigionato in una serie di regole autoimposte, regole che lo tranquillizzano e lo rendono sicuro di non sbagliare. Prima di sedersi a tavola per il pranzo e la cena si lava le mani sei volte. Le sue cose nella stanza devono avere una loro collocazione precisa. Ed è molto pericoloso spostarle, anche di un millimetro.
Tutti lo sanno e si comportano, facendo attenzione a non oltrepassare i confini immaginari della sua realtà.
Queste regole sono tutto ciò che ha.
A Giovanni piace disegnare, passa ore e ore chino sul tavolo della sala. Quando disegna sembra totalmente immerso nella sua fantasia e non risponde ad alcuno stimolo esterno, una parola, una voce, un semplice rumore. Chino sul suo foglio, con gli occhialoni spessi come fondi di bottiglia che, per il peso, quasi gli scivolano. Si vanno ad aggrappare alla punta del suo naso.
A volte, dopo aver tracciato una linea, accarezza con la mano sinistra il foglio, come a volergli dare un’anima, renderla “reale”. Forse quello che Giovanni disegna sul foglio, nella sua mente prende vita. Disegna paesaggi, con le case in basso e qualche piccola collina verde sullo sfondo. Disegni fatti bene, curati nei minimi dettagli. Il resto del foglio è tutto colorato di blu. «E’ il cielo!» mi dice tutto contento. «E’ il cielo! »
Già, il cielo. Ecco a cosa servono quei pennarelli blu che sono andato a comprare.
Giovanni è capace di consumare un pennarello blu al giorno, riempiendo con estrema cura ogni minimo spazio del foglio. Spesso non riesce a concludere la sua opera perché il pennarello blu gli muore nella mano. E lui, sembra morire con quel pennarello.
In quei casi non c’è modo di farlo alzare dalla sedia. Resta come inchiodato, con lo sguardo perso nel vuoto. Un vuoto che profuma di dolore. Diventa pallido, comincia a sudare freddo, entra in uno stato di panico quieto. Sembra una crisi d’astinenza.
Per sdrammatizzare gli dico: «Giova’, lasciali bianchi quegli spazi che ti sono rimasti! Potrebbero essere le nuvole, no? Nel cielo ci sono pure le nuvole».
Lui si gira verso di me con le lacrime agli occhi e dice: «Quando c’è le nuvole, vuol dire che piove…Qui non deve piovere! Non deve piovere mai, se no si bagnano i panni stesi e non si fa in tempo a ritirarli…».
Non si sarebbe schiodato da quella sedia per nessuna ragione al mondo: «Devo finire il cielo, devo finire il cielo, devo finire il cielo…» ripete come una specie di robot.
E’ snervante, ma so che non si tratta di un capriccio da bambini viziati. E’ una cosa vitale. Allora mi precipito a comprargli i pennarelli blu, e al mio ritorno lo trovo ancora lì. Immobile, in stand by.
Solo con i pennarelli blu Giovanni può portare a termine il suo disegno, continuare a vivere.
Forse è per questo che ha imparato a fidarsi di me.
Quando torno con i tre pennarelli nuovi in mano, lui aspetta che li appoggi accanto alle sue mani lunghe. Si asciuga quei grossi lacrimoni e torna sereno.
Sereno come quel suo cielo, colorato di blu.

Simone Cristicchi, Centro di Igiene Mentale, 2007, Mondadori, pp. 15-17

(Quello del cantautore Cristicchi, scrivono Massimo Bocchia e Matteo Pelliti, ha la forma di un libro, ma non è esattamente un libro. Piuttosto è un intreccio di viaggi e voci trascritte su carta, una rete di ricordi e testimonianze, il resoconto di molte interviste: insomma è un labirinto lungo migliaia di chilometri dentro cui trovare centinaia di persone. Aggiungono: " tutto il lavoro di raccolta, documentale e filmata, vive nella dimensione dell’’incontro, che poi è la caratteristica più propria dell’arte musicale: mettere in comunicazione mondi, vite, espressioni, sensazioni..." - p. 241 e ss.-)

http://www.youtube.com/watch?v=jXhYn7NmG1s


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LA FESTA DEGLI AQUILONI
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 16 maggio 2008

  Manifestazione per celebrare i 30 anni della legge 180


In occasione del 30° anniversario dalla promulgazione della legge 180/78, che ha sancito la definitiva chiusura dei manicomi, i CSM (Centri Salute Mentale) del distretto 2 di Ceglie Messapica e di Carovigno hanno deciso di organizzare “Volare Libera” Festa degli Aquiloni, manifestazione che ha come tema principale il rapporto dell’uomo con la natura e l’educazione ambientale.
Il primo dei diversi appuntamenti si è svolto presso la Masseria Lo Jazzo, dove i concorrenti hanno partecipato attivamente anche ai laboratori di costruzione degli aquiloni, presso la sede del CSM di Ceglie. Un momento coordinato da operatori e volontari, supervisionato dalla dott.ssa Angela Termite, psicologa, e diretto dal Dott. Domenico Suma, psichiatra. Alla manifestazione hanno contribuito diverse associazioni: AIAS (Ceglie), UNITALSI (Ceglie), AGESCI (Ceglie), Casa di Momo (Ceglie), CIF Ceglie), Lega Ambiente (Oria), Casa Armonica (Ceglie), Passo di terra (Ceglie), Consorzio oasi Torre Guaceto, Centro diurno La voce delle onde (Oria), Centro diurno Pegaso (Carovigno). 
Il secondo appuntamento è fissato per domenica 18 maggio, presso l’Oasi di Torre Guaceto.
L’iniziativa culminerà a fine Maggio, con la presenza del volo degli aquiloni alla Giornata nazionale delle Oasi e con la produzione di un contributo audiovisivo che sarà presentato al Congresso nazionale della Società italiana di Riabilitazione Psicosociale.
Scopo della manifestazione è quello di far riflettere sugli effetti che la legge 180 ha determinato nella cura delle malattie mentali e, altresì, di far conoscere le organizzazioni di servizi per la salute mentale presenti sul territorio che mirano ad inserirsi nel solco della lotta al pregiudizio, in un’ottica d’integrazione tra utenti e società.
Alessandra Pepe, una delle utenti che ha preso parte al laboratorio, così ha descritto l’esperienza: “In un momento in cui c’è sempre meno tempo per sognare e in cui sempre più numerosi sono gli eventi di cronaca che ci lasciano sconvolti, c’è ancora la possibilità di rivivere il mondo dei piccoli, di affermare una dimensione ludica in uno spazio verde. Come aquiloni, i loro costruttori si librano in volo e con questi talvolta cadono per rialzarsi”. 

Fonte: G. P.,  Manifestazione per celebrare i 30 anni della legge 180 che ha sancito la chiusura dei manicomi, Periodico Il Gallo, Anno XIII, Numero 10, 17/30 maggio 2008, p. 9 - Distribuzione cartacea Gratuita 


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Maria, donna in cammino
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 16 maggio 2008

Se i personaggi del Vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, penso che la classifica dei più infaticabili camminatori l'avrebbe vinta Maria.
Gesù a parte, naturalmente. Ma si sa, egli si era identificato a tal punto con la strada, che un giorno ai discepoli da lui invitati a mettersi alla sua sequela confidò addirittura: «Io sono la via».
La via. Non un viandante!
Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria delle peregrinazioni evangeliche è indiscutibilmente lei: Maria!
La troviamo sempre in cammino, da un punto all' altro della Palestina, con uno sconfinamento financo all'estero.
Viaggio di andata e ritorno da Nazaret verso i monti di Giuda, per trovare la cugina, con quella specie di supplemento rapido menzionato da Luca il quale ci assicura che «raggiunse in fretta la città». Viaggio fino a Betlem. Di qui, a Gerusalemme per la presentazione al tempio. Espatrio clandestino in Egitto. Ritorno guardingo in Giudea col foglio di via rilasciato dall' Angelo del Signore, e poi di nuovo a Nazaret. Pellegrinaggio verso Gerusalemme con lo sconto comitiva e raddoppio del percorso con escursione per la città alla ricerca di Gesù. Tra la folla, ad incontrare lui errante per i villaggi di Galilea, forse con la mezza idea di farlo ritirare a casa. Finalmente, sui sentieri del Calvario, ai piedi della croce, dove la meraviglia espressa da Giovanni con la parola stabat, più che la pietrificazione del dolore per una corsa fallita, esprime l'immobilità statuaria di chi attende sul podio il premio della vittoria.
Icona del «cammina cammina», la troviamo seduta solo al banchetto del primo miracolo. Seduta, ma non ferma. Non sa rimanersene quieta. Non corre col corpo, ma precorre con l'anima. E se non va lei verso l'ora di Gesù, fa venire quell'ora verso di lei, spostandone indietro le lancette, finché la gioia pasquale non irrompe sulla mensa degli uomini.
Sempre in cammino. E per giunta, in salita.
Da quando si mise in viaggio «verso la montagna», fino al giorno del Golgota, anzi fino al crepuscolo dell' Ascensione quando salì anche lei con gli apostoli «al piano superiore»in attesa dello Spirito, i suoi passi sono sempre scanditi dall'affanno delle alture.
Avrà fatto anche le discese, e Giovanni ne ricorda una quando dice che Gesù, dopo le nozze di Cana, «discese a Cafarnao insieme con sua madre». Ma l'insistenza con cui il Vangelo accompagna con il verbo "salire" i suoi viaggi a Gerusalemme, più che alludere all' ansimare del petto o al gonfiore dei piedi, sta a dire che la peregrinazione terrena di Maria simbolizza tutta la fatica di un esigente itinerario spirituale.
Santa Maria, donna della strada, come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate, ma non abbiamo traguardi. Siamo pellegrini come te, ma senza santuari verso cui andare. Siamo più veloci di te, ma il deserto ingoia i nostri passi. Camminiamo sull' asfalto, ma il bitume cancella le nostre orme.
Forzàti del "cammina cammina", ci manca nella bisaccia di viandanti la cartina stradale che dia senso alle nostre itineranze. E con tutti i raccordi anulari che abbiamo a disposizione, la nostra vita non si raccorda con nessuno svincolo costruttivo, le ruote girano a vuoto sugli anelli dell' assurdo, e ci ritroviamo inesorabilmente a contemplare gli stessi panorami.
Donaci, ti preghiamo, il gusto della vita. Facci assaporare l'ebbrezza delle cose. Offri risposte materne alle domande di significato circa il nostro interminabile andare. E se sotto i nostri pneumatici violenti, come un tempo sotto i tuoi piedi nudi, non spuntano più i fiori, fa' che rallentiamo almeno le nostre frenetiche corse per goderne il profumo e ammirarne la bellezza.
Santa Maria, donna della strada, fa' che i nostri sentieri siano, come lo furono i tuoi, strumento di comunicazione con la gente, e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra aristocratica solitudine.
Liberaci dall'ansia della metropoli e donaci l'impazienza di Dio. L'impazienza di Dio ci fa allungare il passo per raggiungere i compagni di strada. L'ansia della metropoli, invece, ci rende specialisti del sorpasso. Ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi. Ci mette nelle vene la frenesia della velocità, ma svuota di tenerezza i nostri giorni. Ci fa premere sull' acceleratore, ma non dona alla nostra fretta, come alla tua, sapori di carità. Comprime nelle sigle perfino i sentimenti, ma ci priva della gioia di quelle relazioni corte che, per essere veramente umane, hanno bisogno del gaudio di cento parole.
Santa Maria, donna della strada, «segno di sicura speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio», facci capire come, più che sulle mappe della geografia, dobbiamo cercare sulle tavole della storia le carovaniere dei nostri pellegrinaggi. È su questi itinerari che crescerà la nostra fede.
Prendici per mano e facci scorgere la presenza sacramentale di Dio sotto il filo dei giorni, negli accadimenti del tempo, nel volgere delle stagioni umane, nei tramonti delle onnipotenze terrene, nei crepuscoli mattinali di popoli nuovi, nelle attese di solidarietà che si colgono nell' aria.
Verso questi santuari dirigi i nostri passi
. Per scorgere sulle sabbie dell'effimero le orme dell'eterno. Restituisci sapori di ricerca interiore alla nostra inquietudine di turisti senza meta.
Se ci vedi allo sbando, sul ciglio della strada, fermati, Samaritana dolcissima, per versare sulle nostre ferite l'olio della consolazione e il vino della speranza. E poi rimettici in carreggiata. Dalle nebbie di questa "valle di lacrime", in cui si consumano le nostre afflizioni, facci volgere gli occhi verso i monti da dove verrà l'aiuto. E allora sulle nostre strade fiorirà l'esultanza del Magnificat.
Come avvenne in quella lontana primavera, sulle alture della Giudea, quando ci salisti tu.

Don Tonino Bello

http://www.scalabrini.org/ita/Lessico/Voci_htm/maria_donna_in_cammino.htm




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Maria, donna coraggiosa
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 14 maggio 2008

Sarà stato effetto di quel «non temere» pronunciato dall'angelo dell'annunciazione. Certo è che, da quel momento, Maria ha affrontato la vita con una incredibile forza d'animo, ed è divenuta il simbolo delle «madri-coraggio» di tutti i tempi.
È chiaro: ha avuto a che fare anche lei con la paura.
Paura di non essere capita. Paura per la cattiveria degli uomini. Paura di non farcela. Paura per la salute di Giuseppe. Paura per la sorte di Gesù. Paura di rimanere sola... Quante paure!
Se ancora non ci fosse, bisognerebbe elevare un santuario alla «Madonna della paura». Nelle sue navate ci rifugeremmo un po' tutti. Perché tutti, come Maria, siamo attraversati da quell'umanissimo sentimento che è il segno più chiaro del nostro limite.
Paura del domani. Paura che possa finire all'improvviso un amore coltivato per tanti anni. Paura per il figlio che non trova lavoro e ha già superato la trentina. Paura per la sorte della più piccola di casa che si ritira sempre dopo mezzanotte, anche d'inverno, e non le si può dire niente perché risponde male. Paura per la salute che declina. Paura della vecchiaia. Paura della notte. Paura della morte...
Ebbene, nel santuario eretto alla «Madonna della paura», davanti a lei divenuta la «Madonna della fiducia», ciascuno di noi ritroverebbe la forza per andare avanti, riscoprendo i versetti di un salmo che Maria avrà mormorato chi sa quante volte: «Pur se andassi per valle oscura,
non avrò a temere alcun male, perché sempre mi sei vicino... lungo tutto il migrare dei giorni».

Madonna della paura, dunque. Ma non della rassegnazione. Perché lei non si è mai lasciata cadere le braccia nel segno del cedimento, né le ha mai alzate nel gesto della resa. Una volta sola si è arresa: quando ha pronunciato il «fiat» e si è consegnata prigioniera al suo Signore.
Da allora, ha sempre reagito con incredibile determinazione, andando controcorrente e superando inaudite difficoltà che avrebbero stroncato le gambe a tutti. Dal disagio del parto nella clinica di una stalla, all'espatrio forzato per sfuggire alla persecuzione di Erode. Dai giorni amari dell'asilo politico in Egitto, alla presa d'atto della profezia di Simeone greve di cruenti presagi. Dai sacrifici di una vita grama nei trent'anni del silenzio, all'amarezza del giorno in cui si chiuse per sempre la bottega del «falegname» profumata di vernici e di ricordi. Dalle strette al cuore che le procuravano certe notizie che circolavano sul conto di suo figlio, al momento del Calvario quando, sfidando la violenza dei soldati e lo sghignazzo della plebe, si piantò coraggiosamente sotto la croce.
Una prova difficile, la sua. Contrassegnata, come per il figlio morente, dal silenzio di Dio. Una prova senza scenografie e senza sconti sui prezzi della sofferenza, che rende ragione di quell'antifona che risuona nella liturgia del venerdì santo: «O voi tutti che passate per via, fermatevi e vedete se c'è un dolore simile al mio».

Santa Maria, donna coraggiosa, alcuni anni fa in una celebre omelia pronunciata a Zapopan nel Messico, Giovanni Paolo II ha scolpito il monumento più bello che il magistero della Chiesa abbia mai elevato alla tua umana fierezza, quando disse che tu ti presenti come modello «per coloro che non accettano passivamente le avverse circostanze della vita personale e sociale, né sono vittime dell'alienazione».
Dunque, tu non ti sei rassegnata a subire l'esistenza. Hai combattuto. Hai affrontato gli ostacoli a viso aperto. Hai reagito di fronte alle difficoltà personali e ti sei ribellata dinanzi alle ingiustizie sociali del tuo tempo. Non sei stata, cioè, quella donna tutta casa e chiesa che certe immagini devozionali vorrebbero farci passare. Sei scesa sulla strada e ne hai affrontato i pericoli, con la consapevolezza che i tuoi privilegi di madre di Dio non ti avrebbero offerto isole pedonali capaci di preservarti dal traffico violento della vita.

Perciò, Santa Maria, donna coraggiosa, tu che nelle tre ore di agonia sotto la croce hai assorbito come una spugna le afflizioni di tutte le madri della terra, prestaci un po' della tua fortezza. T
u che sul Calvario, pur senza morire hai conquistato la palma del martirio, rincuoraci col tuo esempio a non lasciarci abbattere dalle avversità. Aiutaci a portare il fardello delle tribolazioni quotidiane, non con l'anima dei disperati, ma con la serenità di chi sa di essere custodito nel cavo della mano di Dio. E se ci sfiora la tentazione di farla finita perché non ce la facciamo più, mettiti accanto a noi. Siediti sui nostri sconsolati marciapiedi. Ripetici parole di speranza. E allora, confortati dal tuo respiro, ti invocheremo con la preghiera più antica che sia stata scritta in tuo onore: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio; non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta». Così sia.

Don Tonino Bello




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"Dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà" (2 Cor 3,17)
post pubblicato in LIBERTA' E RESPONSABILITA', il 14 maggio 2008

(...)

E' la libertà che ha trovato un funzionario delle Nazioni Unite, durante il suo ultimo incarico in uno dei Paesi dei Balcani. Le missioni che gli vengono affidate rappresentano un lavoro gratificante, sebbene estremamente impegnativo. Una grande difficoltà sono i prolungati momenti lontano dalla famiglia. Anche quando torna a casa è faticoso lasciare sulla porta il fardello del lavoro nel quale è coinvolto, e dedicarsi con animo libero ai bambini e alla moglie.
Improvvisamente il trasferimento in un'altra città, sempre nella stessa regione, ove è impensabile portare con sé la famiglia perché, nonostante gli accordi di pace appena firmati, le ostilità continuano. Cosa fare? Cosa vale di più, la carriera o la famiglia? Ne parla a lungo con la moglie, con la quale da tempo condivide un'intensa vita cristiana. Chiedono luce allo Spirito Santo e insieme cercano la volontà di Dio per la loro famiglia. Infine la decisione: lasciare un lavoro così ambito. Decisione davvero insolita in quell'ambiente professionale.
"La forza per questa scelta - racconta lui stesso - è stata frutto dell'amore reciproco con mia moglie, che non mi ha mai fatto pesare i disagi che le procuravo. Da parte mia, avevo cercato il bene della famiglia, al di là delle sicurezze economiche e della carriera e avevo trovato la libertà interiore".

Chiara Lubich, Parola di vita, Maggio 08

Nossa Senhora de Fátima Peregrina do Mundo
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 13 maggio 2008

  

Il 13 maggio del 1917 tre bambini pascolavano un piccolo gregge nella Cova da Iria, frazione di Fatima, comune di Villa Nova de Ourém, oggi Diocesi di Leina-Fatima.
Si chiamavano Lucia de Jesus, di 10 anni, i suoi cugini, Francesco e Giacinta Marto, di 9 e 7 anni. Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il rosario, come facevano abitualmente, si intrattenevano a costruire, una piccola casa con pietre raccolte sul luogo, dove oggi sorge la Basilica.

All'improvviso videro una grande luce, pensando che si trattasse di un lampo, decisero di andarsene, ma sopraggiunse un altro lampo che illuminó lo spazio e videro sopra un piccolo elce (dove ora si trova la Cappellina delle Apparizioni) una "Signora più splendente del sole" dalle cui mani pendeva un bianco rosario. La Signora disse ai tre Pastorelli che era necessario pregare molto e li invitò a tornare alla Cova da Iria per cinque mesi di seguito nel giorno 13 e a quell'ora. I bambini così fecero e nei giorni 13 giugno, luglio, settembre e ottobre la Signora tornò ad apparire e a parlare con loro nella Cova da Iria, il 19 agosto l'apparizione ebbe luogo nella località "dos Valinhos" a circa 500 metri da Aljustrel perché il giorno 13 i bambini furono portati dal sindaco a Villa Nova de Ourém.
Nell' ultima apparizione, il 13 ottobre, alla presenza di circa 70.000 persone, la Signora disse che era "La Madonna del Rosario" e chiese che venisse costruita in quel luogo una Cappella in suo onore. Dopo l'apparizione, tutti i presenti furono testimoni del miracolo promesso ai tre bambini nei mesi di luglio e di settembre: il sole, simile ad un disco d'argento, poteva essere fissato senza difficoltà, girava su se stesso come una ruota di fuoco e sembrava che volesse precipitare sulla terra.
Più tardi, quando Lucia era già Religiosa di S. Dorotea, la Madonna le apparve nuovamente, in Spagna (il 10 dicembre del 1925 e il 15 febbraio del 1926, nel Convento di Pontevedra e ancora nella notte dal 13 al 14 giugno del 1929 nel Convento di Tuy) chiedendo la devozione dei primi cinque sabati (pregare il
rosario, meditarne i misteri, confessarsi e ricevere la S. Comunione, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria) e la consacrazione della Russia allo stesso Cuore Immacolato. Questa richiesta l'aveva già annunciata il 13 luglio del 1917 inclusa nel cosi detto "Segreto di Fatima".
Alcuni anni più tardi, Lucia rivelò ancora che tra l'aprile e l'ottobre del 1916, ai tre Veggenti era apparso un Angelo per tre volte: due volte alla "Loca do Cabeço" e una volta al pozzo nell'orto della casa paterna. In queste Apparizioni l'Angelo li aveva invitati alla preghiera e alla penitenza.
Dal 1917, in un progressivo crescendo, giungono a Fatima migliaia e migliaia di pellegrini di tutto il mondo, All'inizio, nei giorni 13 ogni mese, in seguito durante le ferie dell'anno e attualmente anche a ogni fine settimana, e in modo più ridotto, in tutti i giorni dell'anno, il numero totale di pellegrini si aggira sui quattro milioni ogni anno.

http://www.messinagam.it/nuovo/fatima.htm

http://www.cathomedia.com/loadPage.asp?path=it/catechesi/meditazioni_don_carlo&title=Il%20Santo%20Rosario&content=05.htm




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Terremoto in Cina
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 12 maggio 2008

Pechino, 12. Una forte scossa di terremoto  ha provocato oggi morte e distruzione nella Cina sudoccidentale.
Particolarmente colpita la provincia del Sichuan, dove il sisma - di magnitudo 7,6 sulla scala Richter e seguito da almeno altre cinque scosse di assestamento - ha causato il crollo di due scuole e la morte di oltre cento persone, molte delle quali bambini. Altri novecento ragazzi sarebbero rimasti sepolti sotto le macerie.
L'epicentro è stato localizzato nei pressi di Wenchuan, una contea di circa centomila abitanti della prefettura di Aba, a nord-ovest della capitale della provincia, Chengdu. La zona fu devastata nel 1933 da un movimento tellurico che uccise novemila persone.
Sia pure con minore forza, il terremoto è stato avvertito anche a Shanghai e a migliaia di chilometri di distanza, in un'area che va da Pechino - a circa duemila chilometri da Chengdu - alla capitale della Thailandia, Bangkok e a quella di Taiwan, Taipei.

(L'Osservatore Romano - 12-13 maggio 2008
)


Il mondo in soccorso della Cina


Pechino accetta le offerte di aiuto ma precisa che non ci sono le condizioni per accogliere i soccorritori stranieri

Pechino, 13. Tutto il mondo si è mobilitato per prestare aiuto alle popolazioni colpite dal sisma che ha devastato la Cina sud-occidentale.
Le Nazioni Unite si sono dette pronte a offrire immediata assistenza umanitaria. Lo ha reso noto un comunicato diffuso al Palazzo di Vetro di New York. "Le Nazioni Unite - si legge nel documento - sono pronte ad aiutare il Governo della Cina nel rispondere ai bisogni umanitari causati dal disastro". Durante una conferenza stampa, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si è detto "profondamente rattristato per le vittime e la distruzione sofferta dalla popolazione". Ban ha poi espresso le sue condoglianze alle famiglie di coloro che sono stati uccisi o feriti.
Da Washington, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha assicurato che il suo Paese è "pronto ad aiutare" le autorità di Pechino ad affrontare questa terribile catastrofe. "I pensieri e le preghiere del popolo statunitense sono con il popolo cinese - ha dichiarato il presidente Bush in una nota ufficiale - specialmente con quanti sono stati direttamente colpiti. Gli Stati Uniti sono pronti a dare il loro aiuto in ogni modo possibile".
Anche il Governo giapponese si è detto subito pronto a fornire assistenza alle aree cinesi colpite dal sisma, mentre l'Italia si è dichiarata pienamente disponibile a fornire tutto il soccorso che potesse essere ritenuto utile e necessario dalle autorità di Pechino.
Nel dare il "benvenuto" alle varie offerte di aiuto da parte della Comunità internazionale, la Cina ha però precisato che al momento "problemi logistici" impediscono di accogliere nel Paese le squadre di soccorso straniere.
Di ora in ora, stanno assumendo le proporzioni di una vera e propria catastrofe le conseguenze del violento terremoto nella zona sud-occidentale della Cina, il peggiore negli ultimi trentadue anni nel Paese asiatico….

(L'Osservatore Romano - 14 maggio 2008)


Benedetto XVI
vicino al popolo cinese

Il mio pensiero va, in questo momento, alle popolazioni del Sichuan e delle Province limitrofe in Cina, duramente colpite dal terremoto, che ha causato gravi perdite in vite umane, numerosissimi dispersi e danni incalcolabili. Vi invito ad unirvi a me nella fervida preghiera per tutti coloro che hanno perso la vita. Sono spiritualmente vicino alle persone provate da così devastante calamità:  per esse imploriamo da Dio sollievo nella sofferenza. Voglia il Signore concedere sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel far fronte alle esigenze immediate del soccorso.

(L'Osservatore Romano - 15 maggio 2008)



http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#6

http://www.corriere.it/esteri/08_maggio_12/terremoto_cina_e357a342-1ff4-11dd-895d-00144f486ba6.shtml

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#1




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Maria, donna che conosce la danza
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 12 maggio 2008

Ho cambiato il titolo all'ultimo momento. Ma vi parlerò lo stesso di quel che avevo progettato: del rapporto, cioè, di Maria con la morte.
Che cosa c'entri la morte con la danza, ve lo voglio spiegare subito.
Mi sono messo a leggere in questi giorni un libro sulla Madonna, scritto da una nota docente di antropologia, e sono riuscito ad andare avanti, quasi fino al termine, senza turbarmi granché, quando, proprio nelle ultimissime pagine, ho colto una frase che mi è sembrata pesante come un'ingiuria: «Maria non potrà mai danzare».
O Dio: nel libro c'è di peggio, perché vengono scardinate le verità più salde che i credenti hanno sempre professato sul conto della Madonna.
Però, mentre non mi ha scandalizzato più di tanto il sorriso di sufficienza sul suo immacolato concepimento o sulla sua verginale maternità, mi ha dato invece un fastidio incredibile l'insinuazione che lei non sapesse danzare.
Mi è parso, insomma, un enorme sacrilegio. Un oltraggio alla sua umanità. Un delitto contro ciò che ce la rende più cara: l'irresistibile dolcezza comune alle figlie di Eva.
Che cosa si nasconde, infatti, sotto questa frase, se non l'affermazione che Maria non ha avuto un corpo come le altre donne, e che la sua era una femminilità per modo di dire, o, comunque, così disincarnata ed evanescente, da renderle impossibile il prolungarsi gestuale nel vortice della danza?
E non vi sembra una bestemmia il solo sospetto che Maria fosse una creatura svigorita di passioni, povera di slanci, priva di calore umano, macerata solo da digiuni e astinenze, genuflessa sugli specchi frigidi delle contemplazioni, incapace di quegli struggimenti interiori che esplodono appunto nella grazia del canto e nella dilatazione corporea del ritmo?
Che Maria fosse esperta di danza, sta a dircelo una parola-spia, presente nel suo vocabolario: «esultare». Viene dal latino «ex-saltare», che significa appunto: saltellare qua e là. Sicché, quando lei esclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore», non solo tradisce la sua straordinaria competenza musicale, ma ci fa sospettare che il Magnificat deve averlo cantato danzando.
Qualcuno forse si chiederà perché mai mi sia tanto ostinato a sottolineare questa particolare attitudine «artistica» di Maria. La risposta è semplice: non può sostenere la morte chi non sa sostenere la danza!
Dire, perciò, che Maria non potrà mai danzare, significa ritenerla estranea a ciò che morte e danza hanno in comune: l'affanno del respiro, lo spasimo dell'agonia, la contrazione dolorosa del corpo.
Significa svuotare di valore salvifico la sofferenza della Madonna, e ridurre il mistero dell'Addolorata, nonostante le sette spade confitte nel cuore, a uno spettacolo appariscente, allestito da Dio per funzionali ragioni scenografiche.
Significa considerarla «partner» impassibile di un Altro, esperto pure lui di danza, che però Isaia chiama «Uomo dei dolori che ben conosce il patire».
Significa, insomma, radiare Maria dallo scenario del venerdì santo, sul quale recita da protagonista, accanto a Gesù, il dramma dell'umana redenzione giunto ormai alle ultime battute.

Santa Maria, donna che ben conosci la danza, ma anche donna che ben conosci il patire, intenta, già sotto la croce, a come trasporre nei ritmi della festa i rantoli di tuo figlio, aiutaci a comprendere che il dolore non è l'ultima spiaggia dell'uomo. È solo il vestibolo obbligato da cui si passa per deporre i bagagli: non si danza col guardaroba in mano!
Noi non osiamo chiederti né il dono dell'anestesia, né l'esenzione dalle tasse dell'amarezza. Ti preghiamo solo che, nel momento della prova, ci preservi dal pianto dei disperati.
Santa Maria, donna che ben conosci la danza, se ti imploriamo di starci vicino nell'ora della nostra morte corporale, è perché sappiamo che tu, la morte, l'hai sperimentata davvero.
Non tanto quella tua: quella l'hai «vissuta» per poco, poiché essa ha fermato le tue membra per pochi attimi appena, prima dell'ultimo leggerissimo slancio verso il cielo. Ma la morte assurda, violenta, di tuo figlio.
Ti supplichiamo: rinnova per noi, nell'attimo supremo, la tenerezza che usasti per Gesù, quando «da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece gran buio su tutta la terra». In quelle ore tenebrose, disturbate solo dai rantoli del condannato, forse danzasti attorno alla croce i tuoi lamenti di madre, implorando il ritorno del sole. Ebbene, donna dell'eclisse totale, ripeti la danza attorno alle croci dei tuoi figli. Se ci sei tu, la luce non tarderà a spuntare. E anche il patibolo più tragico fiorirà come un albero in primavera.
Santa Maria, donna che ben conosci la danza, facci capire che la festa è l'ultima vocazione dell'uomo. Accresci, pertanto, le nostre riserve di coraggio. Raddoppia le nostre provviste di amore.
Alimentaci le lampade della speranza.
E fa' che, nelle frequenti carestie di felicità che contrassegnano i nostri giorni, non smettiamo di attendere con fede colui che verrà finalmente a «mutare il lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia».

Don Tonino Bello




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Legge 24 Dicembre 2007, n. 244 (Gazz. Uff. n. 300 del 28 Dicembre 2007)
post pubblicato in Curiosità, notizie, approfondimenti..., il 9 maggio 2008

http://gazzette.comune.jesi.an.it/2007/300/9.htm


Finanziaria 2008: partono le stabilizzazioni alla Sapienza anche per i co.co.co.

Il Consiglio di amministrazione della Sapienza ha approvato la distribuzione delle risorse, sul triennio 2008-2009-2010 per il processo di stabilizzazione di 92 unità personale con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Le risorse pari a 6,00 punti organico saranno imputate alle macroaree di competenza in esito alla conclusione delle procedure di stabilizzazione nell'ambito dell'aggiornamento della programmazione 2008, in cui dovranno essere opportunamente valutate e operate le necessarie forme di riequilibrio di distribuzione delle risorse.
Questa scelta, fortemente sollecitata dal sindacato, rappresenta un precedente importante per tutte le altre amministrazioni universitarie.

Roma, 6 maggio 2008 

http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/maggio/finanziaria_2008_partono_le_stabilizzazioni_alla_sapienza_anche_per_i_co_co_co


Anche a Siena partono le stabilizzazioni sulla base della finanziaria 2008

La FLC Cgil esprime tutta la sua soddisfazione per la stipula degli Accordi sulla seconda fase della stabilizzazione del personale precario prevista dalla passata Finanziaria avvenuta in questi giorni presso i due atenei senesi.
Nell’Università per Stranieri di Siena l’accordo recepisce interamente le norme contenute nella Finanziaria 2008 prevedendo procedure di reclutamento speciali per i titolari di contratto a tempo determinato e per i co.co.co. attraverso procedure concorsuali, dopo una selezione per titoli e colloquio; per quest’ultimi l’assunzione avverrà prima a tempo determinato e successivamente (dopo i tre anni) a tempo indeterminato.
Nell’Università degli Studi di Siena invece l’accordo recepisce parzialmente le norme e aggiorna il precedente accordo includendo i soli tempi determinati (con i requisiti previsti alla data del 28 settembre 2007) ed escludendo la possibilità dell’utilizzo di bandi speciali per i co.co.co..
La FLC Cgil considera del tutto insoddisfacente la posizione assunta dall’Amministrazione dell’Università degli Studi di Siena anche nel rispondere negativamente alla richiesta di ampliamento della pianta organica per poter coniugare adeguatamente le procedure di stabilizzazione con il ricorso a quelle ordinarie di assunzione previste dalla Legge Finanziaria 2008.
Per dare una risposta alle aspettative di tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori rimasti esclusi chiediamo che nell’espletamento dei futuri concorsi pubblici sia valorizzato al massimo il servizio prestato in termini di punteggio in sede di valutazione dei titoli. Per tali ragioni in questo ateneo l’accordo è stato siglato con due dichiarazioni a verbale, una della FLC Cgil congiuntamente alle RSU e alle altre OO.SS., e l’altra della sola FLC Cgil.

Roma, 6 maggio 2008 

http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/maggio/anche_a_siena_partono_le_stabilizzazioni_sulla_base_della_finanziaria_2008




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Maria, donna del sabato santo
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 9 maggio 2008

Nelle feste c'è Lui.
Nelle vigilie, al centro, c'è Lei.
Discreta come brezza d'aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe.
Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha l'impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E ci sono degli attimi così gonfi di presentimenti, che vengono vissuti come anticipazioni di beatitudini future.
Nel giorno del sabato santo, di questi attimi, ce n'è più di qualcuno. È come se cadessero all'improvviso gli argini che comprimono il presente. L'anima, allora, si dilata negli spazi retrostanti delle memorie. Oppure, allungandosi in avanti, giunge a lambire le sponde dell'eterno rubandone i segreti, in rapidi acconti di felicità.
Come si spiega, infatti, se non con questo rimpatrio nel passato, il groppo di allusioni che, superata appena la «Parasceve», si dipana al primo augurio di buona Pasqua, e si stempera in mille rigagnoli di ricordi, fluenti tra anse di gesti rituali?
La casa, vergine di lavacri, che profuma d'altri tempi. L'amico giunto dopo tanti anni, nei cui capelli già grigi ti attardi a scorgere reliquie d'infanzie comuni. Il dono opulento, là in cucina, tra le cui carte stagnole cerchi invano sapori di antiche sobrietà... quando era viva lei, e la madia nascondeva solo stupori di uova colorate. Il grembo vuoto della chiesa, il cui silenzio trabocca di richiami, e dove nel vespro ti decidi finalmente a entrare, come una volta, per riconciliarti con Dio e sentirti restituire a innocenze perdute.
E come si spiega, se non col crollo delle dighe erette dai calendari terreni, quel sentimento pervasivo di pace che, nel sabato santo, almeno di sfuggita, irrompe dal futuro e ti interpella con strani interrogativi a cui senti già di poter dare risposte di gioia?
C'è un tempo in cui la gente starà sempre a scambiarsi strette di mano e sorrisi, così come fa oggi? Verranno giorni sottratti all'usura delle lacrime? Esistono spazi di gratuità, dove non smetteremo più gli abiti di festa? Ci sono davvero delle stagioni in cui la vita sarà sempre così?
Fascino struggente del sabato santo, che ti mette nell'anima brividi di solidarietà perfino con le cose e ti fa chiedere se non abbiano anch'esse un futuro di speranza!
Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d'argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l'Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all'annuncio della risurrezione? L'angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre ai cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli?
Una risposta capace di spiegare il tumulto di queste domande io ce l'avrei. Se nel sabato santo il presente sembra oscillare su passato e futuro, è perché protagonista assoluta, sia pur silenziosa, di questa giornata è Maria.
Dopo la sepoltura di Gesù, a custodire la fede sulla terra non è rimasta che lei. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma ha lasciato accesa la sua lucerna. Solo la sua. Per tutta la durata del sabato, quindi, Maria resta l'unico punto-luce in cui si concentrano gli incendi del passato e i roghi del futuro. Quel giorno ella va errando per le strade della terra, con la lucerna tra le mani. Quando la solleva su un versante, fa emergere dalla notte dei tempi memorie di santità; quando la solleva sull'altro, anticipa dai domicili dell'eterno riverberi di imminenti trasfigurazioni.

Santa Maria, donna del sabato santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, tu sei l'ultimo punto di contatto col cielo che ha preservato la terra dal tragico «black-out» della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema.
Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia.
Santa Maria, donna del sabato santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com'è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie d'altare.
Ripetici, insomma, che non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluia pasquale.

Don Tonino Bello




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Regina del S.S. Rosario di Pompei
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 8 maggio 2008

L’icona della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei (alta cm 120 e larga cm 100)  raffigura l’immagine della Madonna in trono con Gesù in braccio; ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena.

La Vergine reca nella mano sinistra la corona del Rosario che porge a santa Caterina, mentre Gesù, poggiato sulla sua gamba destra, la porge a san Domenico.

In questo quadro si possono riconoscere tre grandi spazi. 
Lo spazio in alto nel quale l’umile ma solenne figura di Maria in trono invita la Chiesa a portarsi verso il mistero della Trinità.
Quello, in basso, della Chiesa, il corpo mistico, la famiglia che ha in Gesù il suo capo, nello Spirito il suo vincolo, in Maria il suo membro eminente e la sua Madre.
Lo spazio laterale, rappresentato dagli archi, porta al mondo, alla storia, verso cui la Chiesa ha il debito di essere “sacramento”, offrendo il servizio dell’annuncio evangelico per la costruzione di una degna città dell’uomo.
La via che unisce questi spazi è il Rosario, sintesi orante della scrittura, posta quasi come fondamento ai piedi del trono, e consegnato dal Figlio e dalla Madre come via di meditazione e assimilazione
del Mistero.
 
Quest’icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente, confessore del Beato. Per trasportarlo a Pompei, il Longo l’affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei, ricordata ogni anno con una giornata di preghiera, durante la quale i fedeli, ammessi alla venerazione diretta del Quadro, affidano alla Vergine le loro speranze.
Il 16 ottobre 2002 il Quadro, per esplicita richiesta del Papa Giovanni Paolo II, è stato portato a piazza San Pietro. Accanto alla “bella immagine venerata a Pompei”, Giovanni Paolo II ha firmato la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, con la quale ha  introdotto i cinque nuovi misteri della luce ed ha indetto l’Anno
del Rosario.

In tutto il mondo, ogni anno, l'8 maggio e la prima domenica di ottobre (a mezzogiorno), si recita la Supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei.
Il testo, scritto dal beato Bartolo Longo,  è profondamente coinvolgente, lirico e musicale; tra tutte le preghiere composte da autori italiani è quella più famosa. E' stata tradotta in diverse lingue: dall’inglese al russo, dall’armeno al cinese, dall’urdu al tamil, dall’arabo al maltese.
È una preghiera universale, in cui confluiscono tutti i dolori e le speranze della famiglia umana.
Il Beato aveva ragione a definirla Ora del mondo.
In diverse parti della terra, infatti, (da New York a Buenos Aires, da Toronto a Sidney, da Johannesburg a Caracas), contemporaneamente, milioni di fedeli si ritrovano insieme per recitarla. 
La Supplica è stata seguita nel tempo anche dai media radiotelevisivi.
Negli anni '50 la
Radio Vaticana, in collegamento con le radio nazionali di molti paesi (anche la RAI) aveva il duplice collegamento annuale. Ora è la televisione satellitare della Conferenza Episcopale Italiana a riprendere l'avvenimento e, a livello locale, la TV campana Canale 21.

http://www.maranatha.it/Massime/RosarioPage.htm

Chiese,  parrocchie e  santuari dedicati alla Madonna di Pompei, nel mondo: 

http://it.wikipedia.org/wiki/



 



 

Occupazione femminile
post pubblicato in Lavoro (Dialettica tra diritto e vita), il 7 maggio 2008
«Mi hanno fatto firmare un contratto che, in sostanza, mi impedisce di chiedere l’assunzione. Io l’ho firmato: non avevo altra scelta. Che cosa avresti fatto tu?»
A raccontarlo è una giovane donna che vive nella produttiva Milano e che teme di rivelare il suo nome: potrebbe andarle anche peggio. Ma quante altre donne sono nella sua stessa condizione?

«Il tema “donne e lavoro” nel Sud Europa è una questione molto delicata», sostiene Renata Semenza, docente di sociologia economica del lavoro presso l’Università degli studi di Milano .
Economisti e specialisti di tutto il mondo sono d’accordo nell’affermare che se molte più donne avessero un’occupazione, ci guadagnerebbero gli indici economici di tutti i Paesi.

(…)

Consideriamo sommariamente soltanto due aspetti della delicata questione:

L’uso dei contratti part time in Italia: meno frequente di quanto si possa pensare, limitato, molto probabilmente, dall’attuale sistema produttivo formato, com’è noto, prevalentemente da piccole imprese.

(…)

La situazione meridionale: le donne occupate sono, sì, più numerose di quelle descritte dalle statistiche, ma la maggioranza non appare perché “sommersa”. «Il lavoro nero è la normalità per le lavoratrici meridionali: sono loro, proprio loro, le donne – si anima la docente – le vittime. Tutte sottopagate e non protette. Senza contributi per maternità o a fini pensionistici».

(…)

Glossa:
La nostra società sta rischiando di creare un divario sempre più incolmabile tra gli insider, protetti, e gli outsider (per lo più donne e giovani), completamente abbandonati a se stessi».


Fonte: Messaggero di Sant'Antonio, Maggio 2008

Maria, donna innamorata
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 7 maggio 2008

L'amore è un'arte difficile che si impara lentamente.
Gli spicciolo non servono.
Ci vuole un legno pesante come la Croce.
Sotto la Croce si impara ad amare.
Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi.
Uscire da sé.
Dare senza chiedere.
Essere discreti al limite del silenzio.
Soffrire per far cadere le squame dell'egoismo.
Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa.
Desiderare la felicità dell'altro.
Rispettare il suo destino
E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione.

Santa Maria, Donna innamorata, roveto inestinguibile d'amore, facci capire che l'amore è sempre santo, perché le sue vampe partono dall'unico incendio di Dio. Ma facci comprendere anche che, con lo stesso fuoco, oltre che accendere lampade di gioia, abbiamo la triste possibilità di fare terra bruciata delle cose più belle della vita.


continua

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Lo specchio di chi ama
post pubblicato in Diario, il 6 maggio 2008



Chi è buono dona un poco,
chi ama vive per donare.
Chi è buono sopporta l’offesa,
chi ama dimentica.
Chi è buono ha compassione,
chi ama aiuta.
Chi è buono sorride,
chi ama fa sorridere.
Chi è buono comincia e finisce,
chi ama comincia per non finire mai.
Chi è buono fa quel che può,
chi ama fa l’impossibile.
Chi è buono aiuta chi sta vicino,
chi ama sempre sta vicino per aiutare.
Chi è buono misura il suo aiuto,
chi ama aiuta senza misura.

(Don Carlo)


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Maria, donna feriale
post pubblicato in Maggio mese Mariano, il 5 maggio 2008

 Al quarto paragrafo del decreto sull'Apostolato dei laici c'è scritto testualmente: «Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro».
«Maria viveva sulla terra».
Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati in aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete. Anche se l'estasi era l'esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra. Lontana dalle astrattezze dei visionari, come dalle evasioni degli scontenti o dalle fughe degli illusionisti, conservava caparbiamente il domicilio nel terribile quotidiano.
Ma c'è di più: «Viveva una vita comune a tutti».
Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l'acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile.
Anche lei tornava stanca alla sera, dopo aver spigolato nei campi.
Le sorprese, però, non sono finite, perché venire a sapere che la vita di Maria fu «piena di sollecitudini familiari e di lavoro» come la nostra, ci rende questa creatura così inquilina con le fatiche umane, da farci sospettare che la nostra penosa ferialità non debba essere poi così banale come pensiamo. Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi: di salute, di eco­nomia, di rapporti, di adattamento. Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o sovrappensiero perché Giuseppe da più giorni vedeva diradarsi i clienti dalla bottega. Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi. Chi sa quanti meriggi ha malinconicamente consumato a rivoltare il pastrano già logoro di Giuseppe, e ricavarne un mantello perché suo figlio non sfigurasse tra i compagni di Nazareth. Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com'era, non sempre avrà capito i silenzi. Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell'adolescenza di suo figlio. Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo. E, dopo aver stemperato nelle lacrime il travaglio di una solitudine immensa, avrà ritrovato finalmente nella preghiera, fatta insieme, il gaudio di una comunione sovrumana.

Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie. Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce. Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare.  Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti  ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati  pure noi ad avventurarci, come te, n­gli oceani della libertà.

Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all'interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell'arte. Ma è quello che ti colloca all'interno della casa di Nazareth, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza
ritorni.

Don Tonino Bello




permalink | inviato da Vanna Lo Re il 5/5/2008 alle 11:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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