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Siamo stati creati per essere amati

Liberi di rispondere

Il Signore si aspetta da ciascuno che lavori coi doni affidatigli, che non solo li amministri fedelmente, ma li moltiplichi. Attesa, da parte di Dio, che si facciano fruttare le capacità secondo la misura ricevuta. Non basta portar frutti di giustizia, compiere «opere buone», esercitare la carità in modo generico: ognuno deve impegnarsi a operare in modo corrispondente alle capacità avute. È chiaro che questa esigenza va sempre al di là di quanto si sarebbe personalmente nella disposizione e nelle condizioni di fare. Ma anche qui non si tratta di una corrispondenza esatta tra opere e premio, ma di una esigenza fondamentalmente senza limiti, come per l'amore (5,43-48). Di conseguenza, anche il premio non è un premio commisurato alle opere, bensì un premio sovrabbondante e senza misura più grande: entra nella gioia del tuo Signore. La parabola, come tutto il messaggio del Signore, è da interpretare all'interno della proposta di fede. Il Signore dà la possibilità di una appartenenza totale a Dio. Questa proposta è semplicemente affidata: a ciascuno l'impegno di accogliere e di realizzare la proposta. L'accento viene posto sulle capacità di ciascuno. Ed è una novità del cristianesimo. Dio che pure provvede a tutto, rispetta la libertà di ciascuno ed è disposto a rispettarla fino in fondo. Il rispetto si basa sulla dignità stessa delle creature che, create a immagine di Dio, sono libere e responsabili. È forse in questa libertà il significato profondo della parabola. Il rapporto con Dio è dunque un rapporto libero. Il Signore, da parte sua, non ha fatto altro che dotare ciascuno di possibilità, la cui risposta è affidata ai singoli.

Pubblicato il 28/8/2010 alle 12.26 nella rubrica La Fede.

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